Linguaggio del corpo mal interpretato, esperienza reale


Nell'ambito della mia attività di ricerca e selezione del personale, mi capitò di inviare a colloquio presso un'azienda cliente una candidata validissima, si chiama Sara, che aveva lavorato con ottimi risultati in altre aziende in cui la avevo proposta. Si trattava di una mansione per impiegata commerciale estero; dopo il colloquio, la responsabile di selezione dell'azienda mi chiamò dicendo: “Come curriculum e preparazione va benissimo, ma ha avuto un tic nervoso all'occhio ed alla mascella che mi fa dedurre che nelle situazioni di stress non ce la fa a reggere; tale tic è anche indicatore di difficoltà a relazionarsi con colleghi e superiori e segnale di come la candidata si senta inadeguata al ruolo da ricoprire”.

Tale analisi mi lasciò davvero perplesso, per prima cosa poiché conoscevo la candidata ed in precedenza la avevo anche accompagnata a dei colloqui in grosse aziende, dove si era presentata egregiamente e senza alcun tic… inoltre pur credendo nella scientificità e buon utilizzo che si può fare delle tecniche di analisi del “linguaggio del corpo”, una “diagnosi” così dettagliata non la avevo mai sentita nemmeno dal dr. Cal Lightman del serial Lie to me

Non conoscevo bene la responsabile di selezione e non ero convinto di potermi “fidare” della sua analisi. L'analisi del “linguaggio del corpo” è un insieme di tecniche difficilissime di studio del candidato attraverso la gesticolazione, la postura, la posizione degli arti, etc… pochissimi sono in grado veramente di mettere insieme decine di segnali ed interpretarli, ma molti ci “provano” o (peggio ancora) hanno la pretesa grazie ad un singolo “atteggiamento” di aver saputo analizzare carattere, ambizioni, determinazioni ed anche “serietà” dei loro candidati (del tipo: aveva le braccia conserte, quindi dimostra chiusura, non va bene!!! oppure: non mi guarda negli occhi, quindi indice di insicurezza, scartato!!! ).

Dato il buon rapporto con la candidata decisi di parlargliene, anche per capire cosa poteva essere successo. Quando si presentò nel mio ufficio notai subito il tic (perbacco… almeno su questo la selezionatrice aveva ragione). Senza mezzi termini le dissi esattamente quella che era stata l'analisi della selezionatrice dell'azienda e mentre le parlavo spalancava in maniera graduale gli occhi… quando finii lei era tra il riso ed il pianto e poi (per fortuna il riso prevalse) confessò “Ma quale tic… è che ho avuto un'operazione dal dentista l'altro ieri e questo è l'effetto dell'anestesia, dura 3 o 4 giorni al massimo”.

Ed ecco sfasciarsi il castello psico-analitico della nostra selezionatrice… mi feci una bella risata anche io e pensai subito al da farsi!

Dire la verità alla selezionatrice? Una cosa del tipo: “Non è un tic, non ci hai capito nulla, hai fatto un'analisi approfondita e sei arrivata a delle conclusioni su una cosa che è tutt'altro! Rifalle il colloquio lasciando perdere l'analisi del linguaggio del corpo, perché tanto non sei capace!” Nooo!!! Non se ne parla proprio. Stavolta mi improvvisai io psicologo e valutai che dicendo la verità ad una persona così convinta di sapere il fatto suo non avrebbe assolutamente ottenuto l'effetto di farla tornare sui suoi passi e rimediare. E così la assecondai, la chiamai al telefono e le spiegai che avevo parlato con la candidata, Sara si era in effetti emozionata data l'importanza dell'azienda e la professionalità che dimostrava la selezionatrice e l'ambiente di colloquio, ci teneva molto a quel lavoro ed in effetti temeva di non essere all'altezza di un colloquio tanto professionale. Però è una ootima professionista nel suo lavoro ed una seconda opportunità ora che il “ghiaccio era rotto” sarebbe opportuno dargliela, perché non scheduliamo un secondo colloquio tra tre o quattro giorni?

Mi parve addirittura lusingata dei complimenti sulla professionalità e la convinsi a concedere a Sara il secondo colloquio.

E così fù. Il “tic” sparì davvero dopo un paio di giorni ed a colloquio si presentò in forma e molto preparata come sempre.

La selezionatrice mi chiamò al telefono per confermare che anche il titolare (cui la volta precedente lei aveva negato il colloquio) la aveva incontrata ed era rimasto soddisfatto e si poteva partire con il contratto. Mi confermò anche che le mie intuizioni erano giuste, la ragazza non aveva più il tic, ma mi spiegò anche che era molto meritò suo che aveva studiato delle tecniche per metterla a suo agio e farle dare il massimo di se. Le feci allora i complimenti.

Oggi (sono passati diversi anni) Sara lavora ancora lì ed ha fatto una certa carriera, la selezionatrice dopo un annetto ha cambiato completamente mestiere.

Perché ho raccontato questa storia? No, non è per dire in maniera nuda e cruda che ci sono selezionatori incapaci, ci mancherebbe altro, come in tutti i mestieri ci sono ottimi professionisti (la maggior parte in questo caso) e ci sono tanti che invece si improvvisano, non serve alcuna “storia” per dimostrare questo.

In realtà mi è tornato alla mente questo episodio un paio di settimane fa, quando ho scritto l'editoriale Le faremo sapere, ragionando sui tanti vantaggi che possono esserci in un rapporto aperto in fase di selezione. Se non avessi ben conosciuto Sara e fossi stato convinto che in ogni caso non avrebbe preso male quelle che erano le valutazioni, non avrebbe avuto la “seconda possibilità” ed avrebbe perso un'occasione che poi si è dimostrata importantissima per la sua vita.

E quindi? È possibile riuscire a mettere in pista delle tecniche per ricevere dei feed-back e valutare? A qualcuno è mai capitato di avere il sentore di essere stato scartato da una selezione per motivi che sarebbero invece potuti essere chiariti parlandone?

Graditi commenti ed opinioni.

editoriale di Marco Fattizzo, direttore di Bianco Lavoro



CATEGORIES
TAGS
Share This

COMMENTS