L’importanza di saper ascoltare gli altri

"Ascoltare è un'arte", diceva Goethe. Che può aiutare a crescere e migliorarsi come uomini e lavoratori. Scopriamo perché.

Viviamo in un mondo sovraccarico di rumori e di sollecitazioni nel quale facciamo spesso fatica a isolare le cose che ci interessano da quelle che ci coinvolgono solo superficialmente. Eppure i messaggi che captiamo qua e là possono condizionare molto il nostro modo di pensare, agire e relazionarci. Prendiamo l’ambiente di lavoro:il ruolo che il capo riveste all’interno dell’ufficio ci costringe ad ascoltarlo con grande attenzione, ma siamo davvero sicuri di cogliere sempre il senso di quello che dice? Rimanere in silenzio non basta, specie se, mentre il boss parla, ci perdiamo nei nostri pensieri o ci lasciamo distrarre da qualcuno o qualcosa. E allora? Per quanto possa sembrare banale, occorre allenare la nostra capacità all’ascolto perché saper ascoltare gli altri è un talento destinato a farci vivere meglio. Vediamo perché.


Cosa vuol dire saper ascoltare gli altri

C’è chi si limita a sentire e chi si impegna ad ascoltare; chi coglie solo l’aspetto epidermico delle cose (ricavandone spesso un’impressione sbagliata) e chi, al contrario, si sforza di andare a fondo e di comprendere veramente ciò che gli viene detto. Saper ascoltare è un’abilità che dobbiamo imparare a coltivare, se vogliamo che le relazioni che intratteniamo con gli altri si convertano in qualcosa di edificante e produttivo. Soprattutto al lavoro dove un approccio disattento può provocare non pochi problemi. Ma cosa vuol dire esattamente saper ascoltare gli altri? Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Saper ascoltare gli altri significa:

  • concentrarsi sulla persona che ci sta parlando e su quello che dice;
  • mostrarsi pazienti e non interrompere l’interlocutore (anche se non siamo d’accordo con lui)
  • porsi in maniera neutrale, senza far prevalere eventuali pregiudizi  (anche se si tratta del collega più indisponente di tutto l’ufficio);
  • prestare la massima attenzione non solo alle parole, ma anche al linguaggio non verbale (che può aiutarci a completare la decodifica dei messaggi che ci vengono inviati).
  • fare domande pertinenti al momento giusto (ascoltare non è una pratica passiva. Quando l’interlocutore finisce di parlare, è bene rivolgergli delle domande per dimostrargli che lo abbiamo ascoltato o per verificare che abbiamo compreso quello che ci ha detto).

Facciamo un esempio concreto: supponiamo che alla nostra porta bussi un collega che ci chieda di parlare del cattivo rapporto che ha col capo; se dentro di noi, scatta immediatamente il bisogno di “metterci al sicuro” e di evitare che il nostro superiore venga a sapere di questa chiacchierata potenzialmente compromettente (se, in pratica, mentre il collega parla, stiamo già pensando a come uscircene fuori), evidentemente non lo stiamo ascoltando. E non lo facciamo neanche se continuiamo a guardare lo schermo del computer e non lo degniamo di uno sguardo. Saper ascoltare non è semplice: implica attenzione e rispetto dell’altro; pazienza e buona volontà. Eppure chi impara a farlo, non può che trarne giovamento, limitando (o neutralizzando del tutto) i rischi connessi a possibili fraintendimenti o ad errori generati da una cattiva comunicazione. Che mai come al lavoro possono creare problemi.

Gli atteggiamenti assunti da chi non sa ascoltare

E veniamo a un altro punto importante: appurato che saper ascoltare è una vera e propria abilità (apprezzata e premiata sempre più dai selezionatori), cerchiamo di capire quali sono gli atteggiamenti che dovremmo evitare per scongiurare il rischio di compromettere il processo comunicativo. Non siamo dei bravi ascoltatori se:

  • assumiamo un atteggiamento valutativo: ovvero ci mostriamo poco flessibili e poco aperti mentalmente. E’ l’atteggiamento che adotta chi crede di mettersi all’ascolto degli altri, ma si limita a filtrare tutto ciò che sente attraverso le sue convinzioni. Che restano inamovibili. L’interlocutore non riesce a parlare quasi mai apertamente perché si sente costantemente giudicato (il più delle volte negativamente);
  • assumiamo un atteggiamento consolatorio: ovvero ci impegniamo allo stremo per far sì che chi ci parla si senta “protetto”. E’ l’atteggiamento che adotta chi tende sempre a sdrammatizzare, rassicurare, confortare, incoraggiare chi gli sta parlando. Cosa c’è di male? Saper ascoltare non vuol dire dare sempre ragione a chi abbiamo di fronte, ma impegnarsi a intavolare un confronto e uno scambio reciprocamente stimolante;
  • assumiamo un atteggiamento liquidatorio: ovvero tendiamo a chiudere sbrigativamente il discorso e abbiamo la cattiva abitudine di fornire soluzioni pret-a- porter ad ogni tipo di problema. E’ l’atteggiamento assunto da chi lascia intendere al suo interlocutore di non avere l’acume per approfondire certe questioni o di non volergli dedicare troppo tempo.

“Parlare è un bisogno. Ascoltare è un’arte”, diceva Goethe. Impegniamoci ad affinare la capacità di ascolto e non potremmo che trarne benefici. Perché è solo dalla ricezione consapevole e attenta di quello che ci danno gli altri che possiamo sperare di ingrossare il nostro know-how nella vita privata e lavorativa. Apriamoci agli altri e a quello che sono disposti a concederci e i nostri orizzonti si allargheranno a dismisura.



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