L’importanza di mantenere desta la curiosità al lavoro

La curiosità è il motore che può portarci ad agguantare importanti successi, nel lavoro e nella vita. Vediamo perché

Fare continue domande può essere indelicato. Chi incalza con quesiti indiscreti una persona appena conosciuta passa per un fastidioso ficcanaso, ma attenzione: non tutte le domande sono uguali e certe possono anzi segnare cambiamenti epocali. Non ci credete? Pensate ai grandi inventori del passato: le loro scoperte innovative si sono originate da domande a cui hanno cercato di dare risposte convincenti. Essere curiosi non è un difetto, ma può anzi essere un grande pregio. Anche al lavoro. Riabilitare la curiosità che ci animava da bambini può, infatti, fare la differenza. Come ha messo in evidenza una nota blogger americana, che ha dedicato alcuni interventi all’importanza di investire sulla curiosità al lavoro.


Cosa fanno le persone curiose

Candace Moody è un’esperta di Risorse Umane che conosce a fondo il mondo del lavoro. In uno dei suoi ultimi post, ha diffusamente parlato di curiosità, citando il testo di una scrittrice americana, Amanda Lang, intitolato: “Il potere del perché: semplici domande che possono condurre al successo”. Nel libro, l’autrice afferma che la curiosità è – a suo giudizio – l’elemento chiave che permette di arrivare a quella che viene definita la creatività con la C minuscola, intendendo la capacità di innovare che appartiene ad un bravo musicista o ad un valido chirurgo (solo per fare due esempi). L’idea di fondo è che a “smuovere le acque”, proponendo soluzioni che non erano finora state vagliate, sono sempre le persone curiose, interessate a capire come e perché certe cose funzionano e se è possibile farle funzionare meglio.

La frequenza con cui tendiamo a farci delle domande potrebbe essere dunque l’indice che misura il nostro livello di curiosità. Ma bisogna lavorare più sulla quantità o sulla qualità? Alcune menti geniali hanno trascorso la loro intera esistenza ad arrovellarsi intorno a un unico quesito, altri soggetti (altrettanto brillanti) si sono invece interrogati praticamente su tutto. Il rischio da calcolare non sta tanto nel numero, più o meno elevato, di domande che riusciamo a porci, ma nel numero delle risposte che siamo in grado di darci. “Fermarsi alla prima risposta plausibile – spiega Amanda Lang – è ciò che molti di noi fanno, riscoprendosi poi incapaci di risolvere problemi, sia al lavoro che a casa. Il bisogno di ottenere subito una risposta è spesso il motivo per cui possiamo svegliarci una mattina e realizzare che siamo intrappolati in un lavoro sbagliato, in una relazione sbagliata o anche in una vita sbagliata”. Il che equivale a dire che la nostra sete di curiosità non può esaurirsi troppo in fretta, ma deve durare un lasso di tempo ragionevole, durante il quale dovremmo passare in rassegna una serie di soluzioni possibili, evitando di fermarci alla prima opzione.

Recuperiamo la voglia di interrogarci sulle cose

E veniamo a un altro punto nodale: perché si tende a considerare ingenui, incompetenti o perfino sciocchi gli adulti che non smettono di interrogarsi sulle cose? Quando eravamo bambini, abbiamo sfiancato tutti coi nostri perché che ci hanno aiutato a scoprire e leggere il mondo che ci ruotava intorno. Non accontentarsi e tentare di ampliare le proprie vedute è importantissimo, eppure da grandi tendiamo a non farlo più, convinti come siamo che la curiosità sia un’attitudine puerile, che è meglio nascondere o mettere a tacere. “Perché molti adulti hanno perso l’abitudine a domandare che avevano da bambini? – si chiede Amanda Lang – Perché consideriamo le domande una spia di sprovvedutezza quando è invece evidente che possono condurre a un successo tangibile e misurabile nel mondo degli affari?”. La curiosità è l’antidoto all’indolenza e alla pigrizia che ci spingono a non andare mai a fondo. Anche per paura di fallire.

Quando ci imbattiamo in qualcosa di nuovo, tendiamo a incasellarlo in categorie predefinite; azioniamo il pilota automatico e ci predisponiamo, solo parzialmente, alla sua conoscenza. E’ quanto di più sbagliato si possa fare: ogni nuovo incontro, al lavoro e nella vita, va vissuto per quello che è, come una novità che merita di essere sondata a fondo. Sforziamoci di essere curiosi (senza risultare invadenti o impertinenti) e cerchiamo di capire con chi abbiamo a che fare. Non lasciamoci castrare dall’abitudine a rendere tutto riconoscibile e familiare o le nostre vite si trasformeranno in piatte tavole da surf.

Essere curiosi significa regalarsi nuove emozioni

I manager blasonati, alla guida di aziende importanti, tendono a investire sull’esperienza. E’ giusto e comprensibile, ma non è l’unica scelta possibile e forse neanche la più lungimirante. Le persone esperte sono persone che sanno tanto, ma che molto spesso costruiscono la loro fortuna su teorie e idee elaborate da altri. Sia ben chiaro: non stiamo qui disconoscendo il valore delle risorse dotate di un considerevole know-how – sono solitamente risorse preziose, che sanno indicare la rotta, ispirare e consigliare bene – ma invitando a riflettere sul fatto che chi vuole eccellere nel lavoro e nella vita in generale dovrebbe tentare di non sacrificare la curiosità all’altare dell’esperienza. Cosa vuol dire esattamente? Che continuare a puntare su ciò che è noto e apprezzato è una mossa che si addice più ai cauti che ai coraggiosi, che traggono dalla voglia di innovare la loro forza. Impariamo a mantenere desta la curiosità e non fermiamoci alle risposte preconfezionate; il segreto del successo sta nella disponibilità a inoltrarsi in terreni inesplorati, capaci di procurarci stimoli ed emozioni completamente nuove.



CATEGORIES
TAGS
Share This