Licenziamento per motivi economici

Tra le tante novità apportate dalla riforma del lavoro, vi è anche quella relativa all'introduzione di una nuova procedura di licenziamento economico che passa attraverso una fase conciliativa. Cerchiamo pertanto di comprendere, in sintesi, quali siano i procedimenti utili per la cessazione della fine del rapporto di lavoro per motivi disciplinari, giusta causa e giustificati motivi soggettivi e, infine, di comprendere in maniera più approfondita in che modo è resa disponibile la nuova procedura di licenziamento economico.


Come si licenzia per giusta causa, giustificato motivo soggettivo o causa disciplinare

Immaginiamo che il dipendente di un'azienda abbia commesso gravi fatti illeciti, tali da violare il contratto che lo lega al datore di lavoro, minando in maniera definitiva il rapporto tra le parti. In questo caso, poco varia rispetto a quanto era previsto con la riforma antecedente la revisione Fornero: l'azienda contesterà l'addebito al dipendente, il quale avrà ben modo di cercare di difendersi presso le sedi competenti. Di seguito, l'azienda procederà all'intimazione del licenziamento, ponendo così le basi concrete per la cessazione del rapporto del lavoro.

Come si licenzia per giustificato motivo oggettivo

Differente è il trattamento dell'iter di cessazione del rapporto di lavoro in caso di giustificato motivo oggettivo. In questo caso, infatti, occorre preliminarmente distinguere i datori di lavoro per la loro dimensione: da una parte, un primo gruppo rappresentato dagli imprenditori e dai non imprenditori con oltre 15 dipendenti (5 se imprenditori agricoli) in ogni sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo dove avviene il licenziamento; dall'altra parte, un secondo gruppo residuale, che andrà principalmente a comprendere gli imprenditori con meno di 15 dipendenti (5 se imprenditori agricoli).

Per il secondo gruppo, in estrema sintesi, licenziare è certamente più facile: sarà infatti sufficiente inviare una lettera al proprio dipendente, nella quale si comunicano i motivi di licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Per il primo gruppo, invece, il procedimento è certamente ben più complesso, e avrà comunque effetto dal giorno della comunicazione con cui è stato avviato il procedimento. Alla comunicazione sopra ricordata dovrà infatti seguire una procedura di conciliazione, di cui tra breve si darà cenno.

Come si licenzia per motivi economici

Ed eccoci dunque arrivati alla procedura di licenziamento per motivo economico e alla già anticipata procedura di conciliazione. La cessazione del rapporto di lavoro dovrà in questo caso partire dalla volontà esplicita del datore di lavoro, che prima del licenziamento andrà a comunicare alla direzione territoriale del lavoro (e, per conoscenza, al lavoratore interessato), l'intenzione di procedere al licenziamento, indicando i motivi e le eventuali misure di assistenza alla ricollocazione del lavoratore.

A sua volta, la direzione territoriale del lavoro, entro 7 giorni dal ricevimento della comunicazione, dovrà convocare il lavoratore e il datore di lavoro per il tentativo di conciliazione che, in ogni caso, non potrà che concludersi entro 20 giorni dalla convocazione. Vi è tuttavia la possibilità che le parti possano accordarsi per una potenziale proroga dei termini, se vi sono delle ipotesi di convenienza in uno slittamento delle date.

Decorso il termine di 7 giorni dal ricevimento della comunicazione da parte della direzione territoriale del lavoro, il datore di lavoro potrà intimare comunque il licenziamento al lavoratore (la fattispecie più comunque è relativa al datore di lavoro che – decorso il termine – manifesti comunque la possibilità di non procedere alla conciliazione).

Se la conciliazione è invece posta in essere, la procedura di cessazione del rapporto di lavoro dipenderà ovviamente dal suo esito. Se infatti il tentativo di conciliazione dovesse fallire, il datore di lavoro potrà interrompere la sua relazione con il lavoratore semplicemente comunicando a quest'ultimo il licenziamento. Se invece il tentativo di conciliazione dovesse riuscire, datore di lavoro e lavoratore sottoscriveranno la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro.

La riforma, tuttavia, parla più precisamente di “esaminare anche soluzioni alternative al recesso” all'interno della procedura di conciliazione. Dietro una simile affermazione, in realtà, possono celarsi diverse soluzioni, fino a comprendere quella probabilmente più utile per cercare di sminuire i potenziali pregiudizi nati dall'abolizione di parte delle tutele di cui all'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori: cercare di riabilitare il “ripescaggio” del lavoratore all'interno dell'impresa, dimostrando che lo stesso può essere adibito a mansioni equivalenti, magari in altre strutture o divisioni della stessa azienda.



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