Licenziamento per assenteismo, legittimo secondo la Cassazione

licenziamento per assenteismo

La Corte di Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento per assenteismo di un dipendente di una ditta di materiale edile della provincia di Chieti che – alternando in maniera tattica periodi di malattie, riposi e ferie – aveva accumulato lunghi archi di assenze dal luogo di lavoro. Il lavoratore licenziato aveva fatto ricorso contro una simile decisione da parte del proprio datore di lavoro, sostenendo che il numero complessivo delle assenze non aveva comunque superato il periodo di comporto.


Nonostante tale indicazione, la Cassazione ha scelto di fare maggior peso alle testimonianze dei colleghi del lavoratore, che hanno confermato come il dipendente si assentasse in maniera “strategica”, agganciando brevi periodi di assenze per malattia ai giorni di riposo, e – per giunta – comunicando le assenze solamente all’ultimo momento e, prevalentemente, in coincidenza con il fine settimana o nei turni di notte, creando dunque dei malumori nei colleghi che invece garantivano la loro presenza sul luogo di lavoro, e disagi organizzativi all’azienda che, spesso, faceva fatica a trovare dei sostituti.

Licenziamento per assenteismo tattico e scarso rendimento

I giudici della Suprema Corte hanno così indicato che tale comportamento configurerebbe gli estremi dello “scarso rendimento”, visto e considerato che con questa tattica il lavoratore riusciva ad accumulare assenze complessive pari a un quarto delle ore che dovrebbe lavorare. Proprio il concetto di “scarso rendimento” sembra essere particolarmente innovativo, valutato che si tratta di un sostanziale rigetto dell’attendibilità dei certificati prodotti dai medici curanti, evidentemente erogati con presunta facilità, e in grado di supportare quello che è stato definito come “assenteismo tattico”.

Ad ogni modo, difficilmente la pronuncia della Suprema Corte sarà in grado, da sola, di contraddistinguere in maniera univoca la giurisprudenza futura, considerando che le analisi delle fattispecie dovrà continuare ad esser effettuato con particolare perizia. Quel che invece sembra cambiato è il complessivo orientamento dei giudici a supportare le tutele del datore di lavoro, che anche nell’ipotesi in cui il proprio lavoratore sostenga di aver contratto malattie non croniche, pur per periodi di tempo che – cumulativamente – possono essere giudicati ampi, può ben licenziare il proprio dipendente se le assenze di cui sopra sono inquadrabili in una evidente strategia atta a generare un assenteismo strategicamente in grado di mettere in difficoltà l’organizzazione aziendale, e creare malumore tra i colleghi.




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