Liberi professionisti, nessuno vuole lavorare in Italia?

Sono sempre di meno i liberi professionisti che desiderano lavorare in Italia: ecco tutti gli ultimi dati aggiornati.

Sono sempre di meno i liberi professionisti stranieri che cercano di ottenere il riconoscimento del proprio titolo estero per poter esercitare la professione in Italia. Di contro, sono sempre di più i liberi professionisti italiani che ambiscono ad aprire un proprio ufficio al di fuori dei confini nazionali, cercando dunque di cogliere maggiori opportunità di successo e di soddisfazione personale e professionale in mercati internazionali, probabilmente – sperano i diretti interessati – più proficui e meritori rispetto al nostro. È quanto emerge dalla consueta relazione sull’amministrazione della giustizia presentata dal ministro della giustizia, Andrea Orlando, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.


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Lavorare in Italia, sempre meno richieste dall’estero

I numeri presentati dal ministro sembrano essere impietosi. Sostanzialmente, e cercando di ridurli al minimo indispensabile in un’ottica di sintesi, nel corso del 2014, fino alla data del 18 novembre, sarebbero state presentate complessivamente 597 richieste, di cui 508 per il riconoscimento di titoli professionali conseguiti all’estero (nelle quali spiccano quelle presentate da cittadini italiani laureati in Italia che intendono svolgere la professione di avvocato, abilitandosi in Romania o in Spagna, e ovviando in tal modo all’esame di avvocato in Italia). Tra le altre richieste segnaliamo le 42 domande di certificazione rilasciate a professionisti italiani che richiedono il riconoscimento del proprio titolo professionale all’estero, 47 richieste di informazioni e dichiarazioni di prestazione temporanea.

Anche al fine di ricondurre le determinanti di tale scenario, il ministro ha confermato anche per il 2014 conclusosi la “sempre più accentuata litigiosità riscontrata all’interno degli ordini, che ha comportato un significativo aggravio di attività istruttoria compiuta dall’ufficio, al fine di svolgere in maniera adeguata la più volte citata funzione di vigilanza, sfociata in numerosi interventi di commissariamento, non solo a livello locale”. Altro nodo da sbrogliare è – sottolinea ancora il ministero – “la complessa organizzazione dell’esame per l’abilitazione della professione forense che comprende, ogni anno, una attività molto articolata”.

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