Le pensioni di Generazione 80 e le altre

Il presidente dell'Inps Tito Boeri ha tirato fuori il problema delle pensioni di Generazione80, ma i concetti espressi valgono anche per chi è un po' più vecchio dei trentenni di adesso.

Diciamo subito che il presidente dell’Inps, Tito Boeri, bene ha fatto, da tecnico qual è, a tirar fuori il problema delle pensioni che percepiranno quelli nati negli anni 80 del secolo scorso e che hanno subìto (o stanno subendo) un’interruzione lavorativa. Qualche tempo fa, anche noi di Bianco Lavoro Magazine avevamo affrontato la questione, considerando una platea più ampia.  La questione è per certi versi drammatica, ma lo è ancora di più se si pensa che il Boeri-pensiero in merito non si applica solo alla neo ribattezzata Generazione 80, ma anche a quelle dopo, e pure a quelle prima. I calcoli saranno sicuramente diversi, ma il risultato potrebbe essere simile se non uguale o peggiore.  Andare in pensione tranquilli insomma, potrebbe rivelarsi impresa assai ardua per molti.


Non sono stati infatti solo i trentenni di adesso (anche se ovviamente non tutti) ad aver dovuto patire un’interruzione lavorativa che inevitabilmente peserà sull’età di pensionamento e sull’entità dell’assegno che riceveranno. La stessa cosa si può dire ad esempio dei quarantenni (quelli che sono stati definiti per un certo periodo, in piena crisi, come gli appartenenti alla “generazione dei fregati”). La Generazione 70 è stata tra le più colpite perché circa 30anni li aveva quando la prima crisi è iniziata (nel 2007) e in questi nove anni non ha potuto fare altro che sguazzarci dentro, suo malgrado.

E così, intere brillanti carriere sono state buttate al vento a causa di chiusure aziendali, repentine, improvvise, apocalittiche.  Anni e anni vissuti da precari, dovendosi ritenere “fortunati” vedendo coetanei restare disoccupati per lo stesso numero di anni se non di più. Questo, in pochissime parole, lo scenario descritto da una miriade di attuali over 40, che non è detto siano ora usciti dalla precarietà o dalla disoccupazione. Anche loro, come quelli della Generazione 80, avranno il problema di a quale età potranno andare in pensione, e di quale sarà l’entità dell’assegno che spetterà loro.

Boeri ha spiegato che, a seconda della lunghezza dell’interruzione lavorativa, gli attuali trentenni potrebbero ritrovarsi a lavorare fino a 75 anni.  La cosa vale anche per i quarantenni (e non solo), come spiegato poche righe sopra. A questo proposito è necessario osservare che, nonostante la vita si allunghi e, grazie al progresso, è sempre più frequente incontrare settantenni che sembra abbiano vent’anni in meno, non tutti i lavori possono essere svolti ad oltre 70 anni allo stesso modo di quando se ne ha qualcuno in meno. Una tale osservazione è a dir poco ovvia.

Di conseguenza ci si potrebbe trovare a non essere più in grado di svolgere il proprio lavoro a pochissimi

andare in pensione

image by Phovoir

anni dal raggiungimento dell’età pensionabile. A quel punto si aprirebbero diversi scenari: se si lavora in una grande azienda è possibile si venga spostati, ma per chi non ha questa “fortuna”, la cosa si fa molto, molto più complicata. Un datore di lavoro potrebbe non voler affrontare il problema (si potrà discutere del fatto che sia poco etico, ma è comunque legittimo), oppure potrebbe, molto banalmente, non poterlo affrontare. Non avere insomma, anche volendo, la possibilità di spostare un settantenne, qualificatissimo e che però svolge un lavoro piuttosto pesante, in un ruolo meno “impegnativo”.

Questo dando pure per scontato che il lavoratore in questione non abbia particolari problemi di salute. Chiaramente un discorso simile non è da interpretare in modo, per così dire, “automatico”. Non vale insomma, per chiunque superi la soglia dei 70 (ci mancherebbe), perché la situazione che si verrebbe a creare dipenderebbe da una miriade di variabili (ne abbiamo citate solo alcune) del tutto imprevedibili decine di anni prima. Ma in molti casi un problema del genere potrebbe “tranquillamente” verificarsi.  La flessibilità invocata da Boeri potrebbe essere una buona arma per contrastare a priori la questione, ma, a sua volta, ne genera un’altra di questione, non certo trascurabile.

La riduzione dell’assegno pensionistico legato alla flessibilità rischia di ridurre notevolmente una cifra che già di partenza sarà più bassa di quelle a cui siamo (stati) abituati fino a questi anni.  Calcolando l’attuale stipendio medio di un operaio, ma anche di un impiegato con mansioni standard (e pur a grandi linee tenendo presente  gli aumenti da qui alla pensione, ma anche dando per assodato che il suddetto operaio o impiegato non subisca una nuova interruzione lavorativa) , è intuibile, salvo pensioni integrative non così facili da sostenere o altri redditi diversi, come il tenore di vita del lavoratore cambierebbe in maniera sostanziale una volta uscito dal lavoro, pesando tra l’altro maggiormente sulle casse del (futuro) Stato. Insomma, pensiamoci adesso, no?



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