Le dimissioni per giusta causa

dmsgcLe dimissioni per “giusta causa” costituiscono un fatto di gravità tale da impedire la prosecuzione del rapporto di lavoro, anche temporaneamente, per il periodo di preavviso o fino alla scadenza del termine apposto al contratto.

Tutto ciò comporta che il lavoratore può dimettersi prima della scadenza del contratto a tempo determinato o del contratto a tempo indeterminato, senza preavviso

La giurisprudenza ha precisato quali possono le motivazioni considerate valide per la richiesta da parte del dipendente delle dimissioni per giusta causa.


Motivazioni ammesse:

– la mancata retribuzione in  quanto grave inadempimento,che  non deve essere occasionale ma prolungarsi nel tempo (la mancata erogazione retributiva può riferirsi anche alle sole mensilità aggiuntive 13ma, 14ma ecc);

– la mancata regolarizzazione della posizione contributiva del lavoratore;

– l’omesso versamento dei contributi previdenziali;

– le molestie sessuali;

– il mobbing, vale a dire il crollo dell’equilibrio psico-fisico del lavoratore a causa di comportamenti vessatori da parte di superiori gerarchici o di colleghi;

– le variazioni notevoli delle condizioni di lavoro a seguito di cessione dell’azienda;

– lo spostamento del lavoratore da una sede all’altra senza che sussistono  comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive;

– il fatto che le mansioni affidategli siano state svuotate di contenuto;

– il tentativo dell’impresa di coinvolgere il dipendente in attività illecite;

– la mancata predisposizione delle cautele necessarie a garantire la salute psico-fisica professionale del lavoratore violando così il precetto di cui all’art. 2087 del codice civile;

– adibire il lavoratore al lavoro notturno, quale modalità normale e stabile di svolgimento del rapporto di lavoro e la mancata attuazione delle procedure previste dalla legge.


Non è ritenuta “giusta causa”
la dimissione del dipendente dal posto di lavoro per i seguenti motivi:

– per mutamento dell’assetto azionario della società alla quale appartiene l’impresa;

– per doglianze che riguardino una situazione già conosciuta dal lavoratore all’atto dell’assunzione e accettata tacitamente con l’incarico.

La giurisprudenza ha affermato che il recesso del lavoratore soggiace alla disciplina generale sulla nullità (artt. 1418 e ss. cod. civ.) e annullabilità (artt. 1425 e ss. cod. civ.) dei negozi giuridici.

Si ha la nullità nelle seguenti situazioni:

– le “dimissioni in bianco”, cioè l’atto di dimissioni sottoscritto dal lavoratore e consegnato al datore di lavoro, al momento dell’assunzione, che ne può far uso quando ritenga più opportuno;


– è valido l’atto di dimissioni predisposto dal datore di lavoro ma firmato o presentato dal lavoratore se e quando questi lo decida.

L’annullabilità invece si determina nei seguenti casi:


– per dimissioni rassegnate dal lavoratore a fronte di minaccia del datore di lavoro di licenziamento in caso di rifiuto, sempre che tale minaccia sia provata in giudizio e configuri un licenziamento illegittimo;


– per dimissioni rassegnate dal lavoratore che al momento del compimento dell’atto era, anche solo parzialmente o temporaneamente, incapace di intendere o di volere;


– per dimissioni del lavoratore ove la sua volontà di recedere dal rapporto di lavoro sia stata riconosciuta forzata o comunque viziata.


L’azione di annullamento può essere esercitata solo da colui a favore del quale è prevista l’annullabilità e si prescrive in cinque anni (art. 1442 cod. civ.).

Se la volontà si assume viziata da incapacità di intendere o di volere, anche transitoria ma esistente al momento in cui gli atti sono stati compiuti il termine prescrizionale, comincia a decorrere dal giorno in cui l’atto è stato compiuto (art. 428 cod. civ.).


L’indennità di disoccupazione

La Corte Costituzionale ha precisato che le dimissioni per giusta causa sebbene provengano dal lavoratore sono riconducibili al comportamento di un altro soggetto, pertanto comportano uno stato di disoccupazione involontaria e non escludono la corresponsione dell’indennità ordinaria di disoccupazione.

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