Le 4 regole da seguire per essere un buon capo

L'amministratore delegato di una nota società di recruitment internazionale ha messo in fila 4 consigli pratici. Scorriamoli insieme per capire come dovrebbe comportarsi un vero leader

Stare alla plancia di comando può essere esaltante: dettare la rotta e ispirare gli altri è, infatti, quanto di più stimolante ci possa capitare nella vita. Ma bisogna ammetterlo: non tutti siamo nati con la stoffa del leader e non tutti possiamo quindi sperare di arrivare in alto. Anche perché, oltre al lato positivo, occorre mettere in conto quello negativo, che implica la necessità di farsi carico di tutte le incombenze e di assumersi la responsabilità di tutto quello che non va per il verso giusto. Essere il capo non è, insomma, una passeggiata e molto spesso può anzi trasformarsi in una bella seccatura. Meglio restare quindi alle dipendenze, al riparo da “grattacapi” che possono rovinarci la vita? Non necessariamente: chi sente di poter dare tanto e ambisce legittimamente a diventare il leader, non deve desistere. Ma impegnarsi semmai ad essere un buon capo. Come si fa? Affidiamoci ai consigli di chi vanta una discreta esperienza sul campo.


4 regole per diventare un buon capo

Alistair Cox è l’amministratore delegato della Hays: società leader nel recruitment nel Regno Unito e nell’Asia Pacifica, che conta più di 250 uffici dislocati in 33 Paesi diversi. In occasione del 50° anniversario di attività del gruppo, Cox ha pensato di mettere a disposizione degli aspiranti capi alcuni consigli pratici. Che, a ben guardare, possono tornare utili anche a chi riveste già un ruolo dirigenziale, ma non riscuote particolare successo tra i dipendenti. Magari perché, negli anni, si è guadagnato (a torto o a ragione) la nomea del boss dispotico e intransigente. Ecco le 4 regole d’oro messe in fila dal manager per diventare un buon capo.

La sottile differenza tra delegare e incaricare

Una cosa è dare degli ordini, altra cosa è vagliare e confrontarsi su un’opzione con i propri collaboratori. E’ vero: da un buon capo ci si aspetta che prenda le decisioni difficili – quelle che gli altri non si sentono di prendere, soprattutto nei momenti di crisi – ma se il manager si limita a dettare le condizioni e pretende che esse vengano acriticamente rispettate, le tensioni non tarderanno a manifestarsi. Bisogna riconoscere la sottile differenza che c’è tra il semplice delegare e l’incaricare; il capo che delega non concede troppo spazio al suo sottoposto; mentre quello che incarica, tenta di coinvolgerlo pienamente nel progetto.

“E’ necessario coinvolgere il più possibile lo staff nel processo creativo, instaurando discussioni aperte sui compiti da svolgere, sul perché vadano portati a termine, su come questi facciano parte di una strategia più ampia e, infine, su come raggiungere gli obiettivi prefissati – afferma Cox – Allo stesso modo, è importante trovare una via di mezzo tra fornire tutte le indicazioni e fare in modo che i collaboratori si ingegnino per portare avanti, con le proprie competenze, i compiti assegnati”.

Ascoltare prima di giudicare

Quando si lavora, può capitare di dire o fare qualcosa di sbagliato, ma se il capo ha la malsana abitudine di andare in escandescenze ogni volta che un collaboratore commette un errore, allora c’è qualcosa che non va. Sia ben chiaro: un buon capo deve anche riprendere i sottoposti che non agiscono bene o correttamente, ma condannarli prima di ascoltare quello che hanno da dire a loro discolpa, è un atteggiamento dispotico e prepotente che denota una chiusura pericolosa.

“Siamo tutti umani – continua Cox e capita che la frustrazione possa avere la meglio sui manager, così come succede che i collaboratori commettano degli errori. Perciò, invece di perdere la calma e sbraitare, è meglio dare a chi ha sbagliato l’opportunità di spiegarsi, identificando il vero motivo per cui è stato commesso l’errore. Questo permetterà di capire se il problema è sorto per una semplice distrazione o se alle spalle ci sono lacune in termini di skill e abilità del professionista a cui deve essere posto rimedio”.

Organizzare meeting e sessioni di coaching frequenti

Essere un buon capo significa non perdere mai il contatto diretto coi propri collaboratori, che devono essere stimolati e coinvolti periodicamente. Non è faccenda di poco conto perché molti manager devono barcamenarsi tra scadenze e incombenze di ogni tipo. Trovare del tempo da dedicare alle persone che si prodigano per far sì che l’azienda vada avanti e prosperi è però di fondamentale importanza.

“Le review non dovrebbero essere trattate semplicemente come un’opportunità una tantum per evidenziare errori e debolezze – precisa Cox – Vanno piuttosto considerate come una possibilità per i manager di strutturare un bilancio complessivo e discutere le performance dei collaboratori, complimentarsi e fornire una guida chiara e un supporto concreto su come lavorare insieme, affrontando le aree che necessitano miglioramenti”.

Interessarsi attivamente alla vita dei propri collaboratori

Un dirigente che aspira a diventare un buon capo deve ricordarsi che non basta solo dedicare il giusto tempo ai suoi collaboratori, ma che occorre anche riconoscerne l’unicità. Il che vuol dire che farebbe bene a instaurare con loro un rapporto autentico e cordiale, che va al di là delle frasi fatte. Non si tratta di ficcanasare, ma di dimostrare una certa attenzione alla vita delle donne e degli uomini che incontra quotidianamente. E coi quali – nel pieno rispetto dei reciproci ruoli e delle singole sensibilità –  è sano che si confronti anche su argomenti che non riguardano specificamente il lavoro.

“La comunicazione è la chiave che ci permette di entrare in sintonia con lo staff – spiega Cox – Discutendo di diversi argomenti, anche non lavorativi, i canali di comunicazione tra manager e dipendenti vengono automaticamente ampliati, con un maggiore senso di sicurezza per entrambi. Con il passare del tempo, i discorsi che una volta avrebbero creato imbarazzo o insicurezza diventano più fluidi con beneficio per management e staff”.

E infine ricordati che essere il capo non vuol dire essere un super eroe. Avere le idee chiare in mente, non difettare di tenacia e poter confidare su un pizzico di spregiudicatezza sono le chiavi che possono assicurarti il successo. Ma per agguantarlo a pieno, devi poterti fidare delle persone che ti circondano e che dovrai imparare a valorizzare al meglio. Un buon capo è chi sa fare squadra con gli altri, no chi sente il bisogno di sentirsi dire sempre sì da persone avvezze a rimanere in disparte. Scegli con cura i tuoi collaboratori e non avere paura di farli crescere con la tua impresa.

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