Lavoro totale: intervista esclusiva a Maurizio Busacca

Intervista a Maurizio Busacca, autore di Lavoro totale, ovvero l'intreccio indissolubile tra lavoro e vita privata.

Il lavoro tende sempre di più a essere un “lavoro totale”. Viviamo di lavoro, parliamo di lavoro, ci realizziamo con il lavoro. Il lavoro totale diviene così una regola, una forma del lavoro cognitivo che però rischia di diventare una patologia individuale, di cui sono affetti in prevalenza i lavoratori della conoscenza. Necessità di formazione continua, responsabilità, flessibilità, bisogno di valutazione: sono ormai componenti costanti nella vita professionale di oggi. Questa trasformazione del lavoro in lavoro totale è stata anche accentuata dagli stimoli della società e delle istituzioni verso l’autoimprenditorialità, dall’innovazione sociale, dalla sharing economy.


Di questo si parla in “Lavoro totale”, libro di Maurizio Busacca ed edito da Doppiozero.

Maurizio, Cultore della Materia in Critical Management Studies presso il dipartimento di Management dell’Università Ca’ Foscari a Venezia e PhD Student in Pianificazione territoriale e Politiche Pubbliche del Territorio alla Scuola di Dottorato dell’Università IUAV di Venezia, cerca di rintracciare e analizzare le cause di questa trasformazione radicale del mondo del lavoro. E noi ne abbiamo parlato direttamente con lui.

lavoro totale

Maurizio, qual è la definizione di Lavoro Totale?

Io definisco come Lavoro Totale le forme di lavoro di ogni tipo, quindi sia professionale che parasubordinato o subordinato, nelle quali i tempi di vita e di lavoro si sovrappongono. Ci sono alcune categorie professionali in cui questa tendenza è più evidente e sono quelle degli startupper e degli imprenditori, anche se questo trend sta coinvolgendo una platea sempre più ampia dei lavoratori.

Quindi quelli della conoscenza.

I lavoratori della conoscenza, secondo me, sono quelli che incarnano di più questa condizione lavorativa, ma non sono gli unici. Uso loro come campo di analisi perché sono quelli nei quali queste caratteristiche vengono meglio evidenziate.

Secondo lei, il superamento della rigida separazione tra tempo della vita e tempo del lavoro non è dipeso anche dalla diffusione delle nuove tecnologie che ci consentono di essere sempre connessi, con più dispositivi contemporaneamente?

La mia impressione è che indipendentemente dal fattore tecnologico, questo sia un trend di sviluppo economico che abbiamo imboccato. Credo che le tecnologie giochino un ruolo importante perché accentuano e facilitano questo processo, lo rendono applicabile in maniera diffusa e estremamente efficace. Però starei attento a identificarlo come rapporto causale.

Cosa ne pensa dei provvedimenti di cui si sta discutendo negli ultimi mesi, come lo Statuto del Lavoro Autonomo. Possono effettivamente migliorare le condizioni del popolo delle partite Iva, che incarna il concetto di Lavoro Totale, oppure il problema è più profondo e radicato nella società, e non si risolve solo in una questione giuridica?

I provvedimenti bisogna vederli quando solo quando sono effettivamente licenziati, perché quello che si fa prima è rumore. Quindi è necessario entrare nel merito delle norme che verranno emanate. La seconda questione è che storicamente molti tentativi di semplificazione amministrativa e di estensione delle tutele, nei fatti, si sono trasformati esattamente nell’opposto. Non ho una grande fiducia nei i provvedimenti oggi in discussione; penso più che altro che possano essere uno strumento per fotografare la situazione esistente. Rispetto al far west che c’è oggi va bene anche farli, ma non attribuisco loro un potere salvifico. Per citare un pezzo del libro, che a sua volta cita Basaglia, “le soluzioni più che nella malattia, vanno cercate nella società”. Credo che queste condizioni del lavoro fotografino un modello sociale che è quello che stiamo noi oggi attraversando; le norme sono una cosa che si inserisce in questo modello, ma non la soluzione.

Il fenomeno “startup” e l’attenzione che riceve sui media, se da una parte sono effettivamente frutto dalla retorica del “lavoro non c’è, costruiamocelo”, come evidenziato nel libro, dall’altra non crede che siano anche una risposta all’eccessiva ripetitività del lavoro nelle grandi organizzazioni, in cui il lavoratore è esclusivamente assegnato a una specifica mansione?

lavoro totaleIo ho una grandissima ammirazione e nutro rispetto verso chi ha scelto percorsi di imprenditorialità, e la prova di ciò è che ho scelto anche per me stesso un percorso di questo tipo. Quindi da questo punto di vista le startup, le partite Iva, sono una grande occasione di riscatto sociale e offrono la possibilità alle persone di costruirsi delle vite professionali come meglio preferiscono. Ciò avviene da almeno 200 anni nel mondo occidentale. Quello che a me preoccupa, ed è l’altro versante del ragionamento, è quando questo diventa l’unica soluzione possibile: quando la scelta della partita Iva o dello startupper è fondamentalmente una soluzione di ripiego a un lavoro che non c’è.

E quindi diviene una scelta imposta magari a dei soggetti che non necessariamente hanno le capacità ma forse neanche la struttura fisica e mentale che è necessaria per intraprendere dei percorsi imprenditoriali. Da questo punto di vista gli effetti possono essere molto rischiosi. Perciò le startup e le partite Iva sono una grande occasione ma quando sono una scelta libera per gli individui. C’è un grafico di OECD uscito da poco che mostra come i paesi in cui c’è il più alto tasso di autoimprenditorialità sono i PIIGS (Portogallo, Irlanda e Italia, Grecia e Spagna) e i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) quindi quei paesi nei quali la situazione economica è più difficile. Questi dati riescono bene a fotografare il fenomeno e a mostrare come l’autoimprenditorialità diviene una strategia per uscire dalla difficoltà economica.

Si stanno diffondendo misure, come lo smart working, volte a incentivare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro e a superare il sistema del rigido orario di ufficio. Lei crede che per arginare il lavoro totale sia sempre necessaria la separazione della sfera personale da quella lavorativa? Cosa pensa di queste misure?

Io con il mio libro non ho alcun intento prescrittivo, quindi ciò che ho scritto spero non venga inteso in questa direzione. Ho solo provato ad analizzare una situazione e a interrogarmi su cosa stia producendo. Io credo che lo smart working, i vari fenomeni di welfare aziendale e di conciliazione di tempi di vita e di lavoro siano una delle contraddizioni verso le quali ci stiamo muovendo. Da un lato sono un modo per ristrutturare i propri tempi di vita lavoro, dall’altra sono una forma per far in modo che il lavoro pervada ogni ambito della vita. Noi analizziamo questi fenomeni un po’ dall’alto e a livello macro, i numeri dal mio punto di vista ci dicono poco. Io credo che manchi un lavoro etnografico che analizzi l’impatto di questa organizzazione del lavoro sulla vita delle singole persone. Perciò propongo di fare una ricerca che studi a livello micro come queste misure stiano cambiando l’esistenza dei lavoratori.




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