Lavoro: quei 150.000 posti che non cerca nessuno

Pare che, in Italia, ci siano, o comunque c’erano nel 2012, ben 150.000 posti di lavoro liberi. Pare anche che questi posti nessuno voglia occuparli, o perlomeno che nessuno o quasi, cerchi nei settori di riferimento. L’indagine, basata su dati Istat,  starebbe ad indicare, tra le altre cose, la poca o nulla propensione degli italiani, giovani o meno, disoccupati e/o scoraggiati, a cimentarsi in determinati impieghi. Pare, inoltre, che il motivo risieda anche nella natura degli impieghi stessi, che richiedono turni di lavoro in notturna o durante i giorni festivi e una certa dose di lavoro fisico. Insomma, bisogna fare fatica e mettersi in testa che, magari, alle gite fuori porta della domenica, se si vuol lavorare, bisognerà rinunciarci. Stiamo parlando di lavori come il falegname, il sarto, il panettiere, ma anche il barista, il macellaio, l’installatore. Ma sarà proprio così?


Per quanto riguarda l’indagine, effettuata dalla Fondazione studi Consulenti del Lavoro su dati forniti dall’Istat,c’è ben poco da obiettare. Data la rigorosità con la quale lavorano entrambi gli enti non c’è motivo di dubitare dell’effettiva esistenza di questi posti “vacanti” e nemmeno del loro reale numero. Però, sui perché questi posti siano liberi e “nessuno li cerca” qualcosa si può scrivere. Il detto popolare, tipicamente nordico, che recita “voglia di lavorare saltami addosso”, in questo caso può anche starci, ma certo non spiega, nemmeno parzialmente l’esistenza di 150.000 posti di lavoro in perenne attesa che qualcuno li occupi. Secondo l’indagine, “non c’è domanda”, ma sussiste “un altissimo livello dell’offerta” per i cosiddetti “posti in piedi”. Tutto vero, anzi, verissimo, ma questa benedetta domanda, è davvero così immediata da, diciamo, inoltrare?

Ora, fare il panettiere, richiede fatica, richiede alzatacce abituali nel cuore della notte tutti i giorni o quasi, ma richiede anche esperienza, competenza, in alcuni casi pure una discreta vena artistica. Se il “tuo” pane vuoi che sia buono, devi saperci fare, oltre ad aver voglia di fare. Per quanto riguarda il falegname, l’installatore d’infissi, ma anche il barista o il cameriere, il discorso è sostanzialmente lo stesso. Essendo lavori manuali, vanno principalmente imparati sul campo. Se è vero che non ci sono falegnami o panettieri disponibili, è anche vero che nessuno può improvvisarsi tale. Quindi, anche per un datore di lavoro che manifesta l’intenzione di assumere una o più figure tra le citate nell’indagine, diventa difficoltoso rivolgersi alla pur vastissima platea di disoccupati, se all’interno di quest’ultima non esistono persone professionalizzate nel campo specifico.  Il discorso vale anche al contrario. Individui in cerca di un impiego, che inoltrassero domande per lavori di natura manuale e artigiana, probabilmente, nella maggior parte dei casi, si troverebbero di fronte ad un comprensibile diniego se non già precedentemente formate. A meno che siano giovani apprendisti. Da qui, la “non ricerca” di determinati posti.  La voglia di lavorare, di adattarsi, di accettare qualsiasi mestiere, anche il più lontano dalla propria formazione, non per forza attenua il problema della disoccupazione, anche in presenza di posti liberi.

Per citare ancora l’indagine della Fondazione studi Consulenti del Lavoro, ad esempio nel settore falegnameria , spiega il testo, “basta fare il giovane presso un falegname esperto e, se si possiede una discreta somma di denaro, si può lavorare  autonomamente. I guadagni sono assicurati, ma la strada è lunga e impervia”. E’ vero che probabilmente “fare il giovane” a  trentacinque o quarant’anni, anche se si è disposti a tutto,  non è così facile, per varie ragioni, (tra cui quella di trovare qualcuno che ti permetta di “farlo”), ma è altrettanto vero che, se ci si riesce, i guadagni sono davvero assicurati, che si lavori in proprio o meno (con le dovute differenze). D’altra parte la strada è “lunga e impervia”, è la stessa indagine a dirlo. In conclusione, i 150.000 posti di lavoro ci sono e, sì, l’offerta (intesa come possibilità di lavorare messa a disposizione dalle aziende) supera di gran lunga la domanda, ma bisogna tener presente che l’incontro tra le due, purtroppo, non sempre è così immediato, anche nel caso in cui a mancare sono i lavoratori e non il lavoro.



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