Il lavoro precario diminuisce l’efficienza del lavoratore?

Precariato ed efficienza lavorativa. Qual è la relazione? Chi ha un lavoro precario rende di più o di meno? Abbiamo provato a rispondere.

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Abbiamo già affrontato il tema del lavoro precario e dei suoi effetti sulla psiche del lavoratore . Oggi invece vogliamo focalizzarci su un altro aspetto tipico delle formule contrattuali che non danno sicurezza a chi ne è coinvolto: l’efficienza lavorativa. La domanda è: un lavoratore precario è meno produttivo di un lavoratore con il posto fisso? Cerchiamo di capirne di più.


Timore

Alcune recenti ricerche hanno dimostrato che chi ha un lavoro precario è spesso timoroso nei confronti del datore di lavoro. Questo riduce di molto gli scontri tra i superiori e il precario, ma alla radice di tale atteggiamento c’è il timore di fare “la cosa sbagliata al momento sbagliato”. Il lavoratore che ha paura di sbagliare – perché magari sa che rischia di rimetterci il posto – è anche meno incline a fare proposte e avanzare idee. Questo comporta un impoverimento delle risorse che il lavoratore precario porta in azienda.

Salute

Come abbiamo già detto nell’articolo che indagava gli effetti del lavoro precario sulla salute dei lavoratori, affaticamento, insonnia e mal di testa sono sintomi fisici che spesso queste tipologie di contratto portano con sé. Per non citare l’ansia e la depressione che sovente toccano il lato psicologico. Ciò significa che un lavoratore precario spesso è un lavoratore che sta male e quindi rende meno.

Lavoro precario e motivazione

Su internet è possibile reperire moltissimi tutorial su come motivare i lavoratori precari. L’origine di tanta abbondanza risiede nella scarsa motivazione dei lavoratori senza posto fisso. Questo è solo parzialmente vero per quei lavoratori che affrontano periodi di prova o stage, cioè finestre di tempo dopo le quali l’azienda potrebbe decidere di assumerli a condizioni per loro più vantaggiose. Anzi, in questi casi la motivazione al lavoro ne è favorita. Estremamente difficile è invece motivare quei lavoratori che non hanno possibilità di assunzione al termine del periodo di occupazione. Questo è vero in particolare per i lavori stagionali. In tali casi si nota un picco di motivazione all’inizio del periodo lavorativo, che invece tende a crollare poco prima della metà del periodo lavorativo previsto.

Turnover

I problemi sopra descritti sono tutti legati a fattori anche personali. Non è infatti escluso che alcuni lavoratori riescano a dare il proprio meglio proprio in condizioni di precarietà. Gli studi finora svolti in questo senso sembrano escludere che questa fetta di lavoratori superi il 25%, ma è comunque possibile. Un problema che invece è strutturale e non risolvibile sulla base delle attitudini personali è quello del turnover. Infatti, per scelta del datore di lavoro o del lavoratore, il ricambio nelle posizioni a tempo determinato è molto frequento. Ciò comporta l’assunzione di nuovi lavoratori, il loro addestramento e quindi tempo e risorse impiegate per garantire il buon “funzionamento” del nuovo lavoratore. Questo comporta quasi sempre un significativo calo della produttività, che è direttamente proporzionale alla complessità della mansione.

Agostino Bertolin



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