Lavoro precario e lavoratori “inattivi”

Un tempo, la laurea era considerata una sorta di corsia preferenziale per l’accesso al mondo del lavoro. Oggi, la situazione è cambiata drasticamente in peggio. La laurea non assicura più nulla a nessuno, o meglio, alcune lauree si sono svalutate, mentre altre hanno acquisito importanza, i contratti a tempo indeterminato sono diventati un miraggio, mentre quelli a tempo determinato spesso, troppo spesso, non durano nemmeno 6 mesi; senza contare il dilagare dei contratti a progetto, stage, ecc.; ad uso e consumo delle aziende.


La precarizzazione del lavoro è un problema molto serio, perché mina gravemente la possibilità dei giovani d’oggi di costruirsi un futuro, che, inevitabilmente, si trovano a condurre una vita precaria, fonte di ansia e preoccupazione.

Del resto, dati Istat parlano chiaro: quasi 1,5 milioni di italiani ha smesso di cercare un posto di lavoro. E’ il popolo degli scoraggiati, di quelli che, dopo tante porte in faccia, si sono stancati di cercare lavoro e che nel terzo trimestre del 2010 ha raggiunto quota 1 milione 478 mila, in aumento del 14% rispetto allo stesso periodo del 2009. Certo, gli “inattivi”, questo il termine tecnico per indicare chi non fa parte né degli occupati, né degli inoccupati, non rientrano propriamente nelle stime ufficiali sulla disoccupazione, ma lasciano da pensare e soprattutto tracciano un profilo a tinte fosche sulla situazione lavorativa odierna. Inoltre, nel Mezzogiorno l’aumento è persino superiore alla media (+2,2%), proprio a causa, spiega l’Istituto di statistica del “riproporsi di fenomeni di scoraggiamento”.

Lavoro precario, vite precarie di uomini e donne a cui non solo non viene garantito un adeguato posto di lavoro, ma anche la possibilità di avere un tetto sulla testa e di crearsi una famiglia. Quando, i nostri politici, si decideranno a mettere mano ad una riforma del lavoro?



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