Lavoro nero, livelli altissimi nel turismo e in agricoltura

La piaga del lavoro nero è una delle anomalie che più connotano negativamente il nostro Paese sulla scena economica internazionale. Un giro d’affari e di redditi non dichiarati che cresce, nonostante qualche tentativo “grossolano e inadeguato” dei Governi che si sono susseguiti nel corso degli ultimi decenni, di adottare politiche capaci di far emergere il lavoro sommerso.

Ogni anno statistiche e studi ci offrono un quadro davvero allarmante della situazione, coinvolgendo settori più disparati, dall’agricoltura al terziario. I redditio non dichiarati in Italia nel corso dlel’anno solare 2010 ammontano a circa 275 miliardi di euro: una cifra spospositata che rappresetna, purtroppo, una porzione sempre più ampia del Prodotto Interno Lordo (Pil) del Bel Paese.

L’agricoltura, soprattutto nel Sud Italia, è il settore dove la piaga del lavoro nero risulta più visibile e “invadente”: in questo settore l’evasione raggiunge il picco del 32,8%, il 20,9% nel terziario e “solo” il 12,4% nel ramo industriale. Chi evade più facilmente? La maggior parte del lavoro nero è presente nel settore turistico, soprattutto in alberghi, bar, ristoranti: il 50% dei soggetti impiegati in questo ramo non dichiara i redditi percepiti. La situazione non è molto differente nei lavori cosiddetti “domestici”: colf, badanti, baby sitter e insegnanti che fanno ripetizioni non dichiarano la propria posizione contribuendo a “nascondere” un’ulteriore, estesa, porzione di Pil prodotto sul territorio italiano.

Spesso è il basso livello retributivo a spingere i soggetti a non dichiarare i propri redditi. Chi guadaga cifre basse preferisce, infatti, non dichiarare i propri redditi per non “sottrarli” alle proprie casse in favore dell’apparato statale. La saltuarietà del lavoro, inoltre, rappresenta un ulteriore motivo per nascondere i propri incasssi alla comunità.

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