Lavoro negato per colpa del velo: risarcita giovane musulmana

La sentenza di primo grado è stata ribaltata dalla decisione della Corte di Appello di Milano che ha ravvisato gli estremi di un comportamento illegittimo e discriminatorio

Tre anni fa, a Sara Mahmoud, 21enne universitaria di Melegnano (in provincia di Milano), era stata negata la possibilità di lavorare come hostess presso la Fiera di Rho che ospitava il “Micam”, il salone internazionale del settore calzaturiero. Perché? Perché contattata dall’agenzia “Evolution Events” di Imola che aveva selezionato il suo curriculum, aveva risposto di non essere disposta a togliersi il velo che indossava per credo religioso. Ravvisando gli estremi di un comportamento discriminatorio ed illegittimo (l’agenzia aveva scelto di non assumerla), la giovane aveva presentato ricorso al Tribunale di Lodi che lo aveva, però, rigettato. Ma la svolta è arrivata nei giorni scorsi, con la sentenza emessa dalla Corte d’Appello civile di Milano che ha dato ragione a Sara.


velo

image by Zurijeta

In occasione del “Micam 2013”, la giovane nata in Italia da genitori egiziani avrebbe potuto lavorare due giorni come hostess. Ma l’agenzia incaricata di selezionare il personale, ricevendo in risposta un fermo no alla richiesta di togliersi l’hijab (il velo che copre collo e capelli) per fare volantinaggio, aveva alla fine deciso di scartarla. La donna si rivolge allora all’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione dove a farsi carico del suo caso trova i legali Alberto Guariso e Livio Neri. Che condividono la sua posizione: l’Evolution Events ha messo in atto un comportamento discriminatorio, sia per motivi religiosi che di genere.

Il ricorso presentato al Tribunale di Lodi dalla studentessa universitaria non sortisce, però, l’effetto sperato. Le motivazioni addotte dall’agenzia – che spiega che la scelta doveva cadere su candidate con capelli lunghi e vaporosi – convincono, infatti, il giudice. Che scrive nella sentenza: La prestazione di lavoro non si esaurisce nel distribuire volantini, ma nel farlo prestando la propria immagine con le caratteristiche volute dal datore di lavoro“. In pratica, il rifiuto di togliersi l’hijab era costato a Sara due giorni di lavoro.

Storia chiusa? Neanche per sogno. La sentenza di Lodi è stata ribaltata da quella emessa, lo scorso 5 maggio, dalla sezione del lavoro della Corte civile d’Appello di Milano. I giudici hanno, infatti, accolto la tesi sostenuta dai legali di Sara secondo cui “il fattore religioso può essere condizione di assunzione solo quando è essenziale alla prestazione lavorativa” e “il sacrificio imposto deve essere proporzionato all’interesse perseguito dall’azienda”. Il risultato finale? Sara, che nel frattempo si è trasferita a Londra, verrà risarcita con 500 euroE’ una sentenza molto importante – ha commentato l’avvocato Alberto Guariso – perché riconosce che il diritto all’identità religiosa è un elemento essenziale delle società democratiche e deve sempre essere garantito anche quando comporta un sacrificio di altre esigenze del datore di lavoro non altrettanto rilevanti, come quelle estetiche”. 



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