Lavoro minorile: in Italia interessa 280 mila under 16

Il 54% dei genitori pensa che la crisi possa giustificare, almeno in parte, la scelta di mandare il proprio figlio a lavorare, ma per gli esperti si tratta di un vero e proprio "furto dell'infanzia"

Sono dati che destano grande preoccupazione quelli che l’Osservatorio nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza (Paidòos) ha diffuso ieri. Dati che raccontano di un’Italia che, “morsa” dalla crisi, non disdegna di chiedere ai più piccoli di lavorare. L’indagine, condotta da Datanalysis su un campione di famiglie italiane intervistate a novembre 2014, ha infatti acceso un faro su fenomeni che vengono erroneamente considerati distanti da noi: il lavoro minorile e l’abbandono scolastico. E che, come è facile comprendere, impattano in maniera dannosa sul benessere psicofisico dei nostri figli.


lavoro minorile

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Sfruttati anche a casa

Il Rapporto ha svelato che gli under 16 che, in Italia, destinano buona parte della loro giornata al lavoro sono 280 mila di cui 30 mila a rischio sfruttamento. Cosa significa? Che i giovanissimi lavoratori vengono molto spesso impiegati in lavori pericolosi (che si svolgono di notte o che li costringe a maneggiare sostanze e attrezzi che potrebbero ferirli o danneggiarli), rinunciando a preziose ore di sonno che li spinge, nel 18% dei casi, ad abbandonare la scuola. Ma c’è di più: secondo quanto riportato dall’Osservatorio, circa il 50% dei baby lavoratori non viene pagato anche perché, nel 33% dei casi, lavora a casa e, nel 40% dei casi, nell’attività condotta da mamma e papà. Come dire che lo sfruttamento minorile parte proprio dalle mura domestiche. E il peso che i genitori hanno in queste delicatissime dinamiche è, a dir poco, importante. E rappresenta forse l’elemento più allarmante messo in evidenza dal Rapporto che ha sostanzialmente snudato una certa “indulgenza” nei confronti del lavoro minorile. Il 54% del genitori intervistati ha, infatti, dichiarato di giustificare (almeno in parte) la scelta di far lavorare il proprio figlio, alla luce delle difficoltà economiche legate al protrarsi della crisi. Solo il 34% del campione ha, invece, opposto netta resistenza alla possibilità che il proprio figlio lasci i banchi di scuola, mentre l’11% non ha fornito una risposta chiara. Ancora: il 25% delle mamma e dei papà interpellati da Datanalysis ha risposto che, qualora il proprio figlio manifestasse l’intenzione di lasciare la scuola per andare a lavorare, non glielo impedirebbe, pur ritenendola una scelta sbagliata.

Quello che i genitori non sanno

A tanta allarmante indulgenza fa da contraltare una certa tendenza alla rimozione del problema. Il 30% dei genitori ha, infatti, dichiarato di considerare quello del lavoro minorile un problema che riguarda solo gli stranieri (che, invece, rappresentano solo una piccola quota dei baby lavoratori impiegati in Italia: 20 mila su un totale di 280 mila); il 55% pensa che sia un problema dei Paesi sottosviluppati e il 40% ignora del tutto che il lavoro minorile e l’abbandono della scuola siano piaghe sociali radicate anche da noi. “L‘idea che iniziare la gavetta presto possa aiutare i ragazzi a inserirsi meglio nel mondo del lavoro è falsa e fuorviante – ha tagliato corto il presidente di Paidòos, Giuseppe Mele un modo utile soprattutto a nascondersi ipocritamente di fronte alla realtà: lavorare prima dei 16 anni è un furto dell’infanzia, mette a rischio la salute e il benessere psicofisico e non aiuta a trovare meglio lavoro. Le stime indicano addirittura che un bambino costretto a lavorare prima del tempo avrà il doppio delle difficoltà per trovare un impiego dignitoso, da adulto”. Di più: “Il lavoro minorile ha mille sfaccettature, ma una caratteristica comune – ha spiegato Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Salute Mentale del Fatebenefratelli di Milano – mette a rischio lo sviluppo psicofisico dei ragazzi e ruba tempo che andrebbe impiegato diversamente. Stare con gli amici, studiare, leggere, fare sport sono le attività giuste per i minori, quelle che aiutano il loro fisico ma ancor di più il loro cervello a svilupparsi nel migliore dei modi, in pieno benessere. Togliere le occasioni di riposo, svago, sport, apprendimento – ha insistito l’esperto – significa aumentare il rischio di disagi psicologici e disturbi dell’umore, una volta diventati adulti”.



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