Le donne lavorano di più ma guadagnano di meno

Le differenze salariali più marcate, a livello europeo, si registrano in Austria, Germania e Regno Unito. Sul fronte dell'equità del lavoro, molto resta ancora da fare

Che tra i lavoratori e le lavoratrici intercorrano distanze importanti, è cosa nota a tutti. Ma a rimarcare il concetto è stato l’ultimo studio condotto dall’Agenzia delle Nazioni Unite che ha confermato l’entità della differenza salariale tra gli uomini e le donne del globo, dimostrando che il lavoro equo e dignitoso per tutti resta, almeno per il momento, una mera utopia.


gap di genere

image by lculig

La fotografia scattata dall’Agenzia ha messo a fuoco dettagli preoccupanti. Secondo i dati forniti dagli analisti, infatti, 830 milioni di persone in tutto il mondo intascano meno di due dollari al giorno per il lavoro svolto e più di 200 milioni (di cui 74 milioni giovani) sono disoccupate. Per non parlare del gap di genere. A parità di mansioni, le donne percepiscono il 24% in meno dei loro colleghi uomini. E faticano tanto (il 52% del lavoro globale deve essere riferito a loro) per essere retribuite poco: mediamente su quattro ore di lavoro, solo una viene loro regolarmente pagata. La “discriminazione” delle lavoratrici passa, insomma, anche attraverso il divario salariale che in Europa si attesta al 16,3%. Con punte particolarmente alte in Paesi come l’Austria (23%), la Germania (21,6%), il Regno Unito (19,7%), la Spagna (18,3%) e la Finlandia (18,7%). Mentre l’Italia, almeno in questo caso, tradisce un atteggiamento più equo, con una differenza retributiva uomo-donna ferma al 7,3%

L’indagine dell’Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo ha preso le mosse dalla volontà di “incoronare” il Paese in cui si vive meglio. A spuntarla è stata la Norvegia che vanta l’indice di sviluppo umano più alto dell’intero pianeta. Di cosa si tratta? Di un parametro che tiene conto del Pil, del livello d’istruzione della popolazione, dell’indice di disuguaglianza e della speranza di vita. Dietro la Norvegia, si sono posizionati l’Australia, la Svizzera, la Danimarca e i Paesi Bassi, mentre l’Italia è comparsa solo al 27° posto. Nelle retrovie Paesi come l’Eritrea, la Repubblica Centrafricana e il Niger in cui le difficoltà economiche, la bassa alfabetizzazione e le precarie condizioni sanitarie hanno concorso a delineare scenari particolarmente compromessi.



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