Lavori creativi: intervista all’ideatrice di Fashion Theater

Come inventarsi un lavoro creativo, per giunta risultando utili ad un settore spesso a corto di risorse. Lo abbiamo chiesto a Barbara Curotti, ideatrice del progetto Fashion Theater, nato per costruire una rete di condivisione dei costumi di scena tra i teatri dell'Emilia Romagna.

lavori-creativi-fashion-theaterAttorno ai lavori creativi c’è sempre una buona dose di curiosità. Come ci s’inventa un lavoro creativo? Da dove nasce l’idea e come si porta avanti il progetto? Abbiamo rivolto queste ed altre domande a Barbara Curotti, ideatrice di Fashion Theater, l’archivio virtuale della moda teatrale dell’Emilia Romagna. Barbara è una creativa digitale con la passione per l’arte. In questa intervista ci racconta la sua esperienza, nata proprio dalla sua passione e da un’intuizione per niente comune: cercare di costruire una rete collaborativa e di condivisione tra singoli teatri, in modo che ognuno di essi possa disporre di un numero di costumi di scena di molto superiore a quello necessariamente limitato dall’operare in solitaria. Una maggiore varietà di scelta e il concreto risparmio di risorse economiche in un settore in cui certo i soldi non abbondano sono i due grandi pilastri sul quale si fonda il progetto Fashion Theater.


L’idea è originale: cosa hanno a che fare i costumi di spettacolo dei teatri più belli d’Emilia Romagna con il mondo del web e le nuove tecnologie digitali?

Ho sempre avuto una grande passione per l’arte e in particolare per la moda e il teatro. Ho una formazione specifica nel campo e con la presentazione del progetto Fashion Theater io e mia sorella Monica vinciamo il primo premio “il Prodotto della Creatività” nel 2013, nell’ambito del bando di concorso Creatività e Imprenditoria GECO2, per la provincia di Piacenza. L’idea è quella di creare un archivio sul web di tutti i costumi di scena dei teatri stabili e delle compagnie teatrali dell’Emilia Romagna al fine di favorire l’interscambio ma anche la promozione e conoscenza di questo prezioso patrimonio artistico che molto spesso rimane chiuso e inaccessibile, magari perché non più utilizzato.

Come è stata accolta l’idea? Avete incontrato delle difficoltà?

La difficoltà maggiore è stata non tanto quella di contattare i diretti interessati quanto convincerli dell’utilità e del valore di condividere con gli altri i costumi del teatro. Molti sono gelosi dei “propri” vestiti e all’inizio non hanno avuto una buona impressione del progetto: erano diffidenti e non convinti che l’idea potesse “fare gruppo” quanto piuttosto creare rivalità. A onor del vero molti teatri già si scambiavano i costumi tra loro e questo è un punto che ci sta a cuore perché bisogna far capire ai responsabili che questo non può che diventare un valore aggiunto anche per loro stessi. La paura più grande e diffusa è che il teatro che riceve i costumi anziché continuare a richiederli per lo scambio e a noleggiarli possa copiare i modelli e farseli rifare.

I teatri con la mentalità “più aperta” e che hanno poi fatto da apri-pista agli altri sono quelli di Piacenza, di Reggio e di Parma: hanno messo a disposizione soprattutto costumi che non usavano più da tempo ed erano chiusi negli archivi senza che nessuno potesse vederli. Ma non sono tanti in confronto a tutti quelli presenti nella regione. Alcuni poi non hanno aderito per ragioni economiche, in quanto non hanno personale da mettere a disposizione per assistermi nelle operazioni di valutazione e catalogazione degli abiti (e fisicamente c’è bisogno di qualcuno che tiri fuori i vestiti, li sistemi sui manichini e via di seguito). Altri invece si sono detti non interessati proprio per non divulgare il proprio patrimonio.

E dal punto di vista remunerativo? Come si guadagna?

Il progetto nella sua elaborazione iniziale prevedeva una percentuale a favore di Fashion Theater per l’organizzazione dello scambio/noleggio, la diffusione delle foto sul portale e via di seguito ma purtroppo i teatri non sono propensi a pagare terzi a causa delle difficoltà economiche. L’archivio continua la propria missione, anche perché c’è bisogno di questo tipo di servizio: ci sono dei sarti responsabili di questo patrimonio, ma quando andranno in pensione? A chi lo affideranno? Molti dei nuovi sarti vengono assunti a progetto, magari solo per sei mesi per seguire la messa in scena di un’opera. Non hanno il tempo materiale per poter conoscere davvero i costumi o pensare ad una catalogazione. In parallelo però stiamo sviluppando anche un atelier di recupero, riparazione e noleggio presso un’associazione di Piacenza: una sorta di spazio polifunzionale per prendersi cura degli abiti e offrire consulenze stilistiche, organizzare esposizioni, eventi culturali e corsi.

Bello. E perché no, auspicabile che sulla stessa scia possano impegnarsi anche le altre regioni d’Italia.





 

 

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