Lavorare in Google: i cinque requisiti fondamentali

Volete lavorare per Google? Beh, sappiate che per avere qualche chance è necessario possedere cinque requisiti fondamentali. “Solo cinque?”, si chiederà forse qualcuno; sì, almeno stando all’intervista ufficiale rilasciata al New York Times dal responsabile delle risorse umane della multinazionale, Laszlo Bock. Il mito, alquanto affascinante, che circola nell’ambiente è uno solo: per farsi assumere bisogna dire la cosa giusta al momento giusto. Il problema è che “quel giusto” deve rapportarsi a parametri che cambiano di continuo. Potrebbe venire spontaneo pensare che Google apprezzi senz’ombra di dubbio una mente brillante ma con un pizzico di pazzia creativa, abilità fuori dal comune e intuizioni geniali e strabilianti. A quanto pare, no. I cinque requisiti fondamentali per lavorare in Google sono ben altri. Eccoli qui.


Non bisogna sapere molto, ma saper imparare.

Di sicuro conoscere i fondamentali della matematica e della decodificazione è importante ma l’attitudine basilare è una sola: quella all’apprendimento. La capacità di saper recepire input dalle più disparate fonti e saperle mettere insieme, elaborandole al volo. Simulazioni che, conferma Bock, si attuano proprio durante i colloqui di selezione.

Capire qual è il momento giusto. Di stare zitti.

Il gigante di Internet mira ad una leadership nuova ed emergente e ad eliminare quella tradizionale. Questo significa non arroccarsi su una posizione di potere, non invadere il campo, portare avanti i propri compiti senza interferire con gli spazi altrui né voler farsi carico ad ogni costo di tutte le incombenze, soprattutto quando nessuno l’ha chiesto.

Conoscere i propri limiti.

Personali, di resistenza fisica e legati al ruolo. Chi aspira a lavorare in Google deve sapere che all’interno dell’organizzazione ognuno ha un proprio ruolo ben definito e dei compiti specifici da assolvere. L’umiltà è pertanto una dote molto apprezzata: svolgere al meglio il proprio lavoro ma sapendo quando è il momento di fermarsi o di fare un passo indietro.

Essere orgoglioso dei propri errori.

Si potrebbe aggiungere però: imparando la lezione e facendo attenzione a non ripeterli (perlomeno gli stessi). Ebbene uno dei grandi problemi dell’amministrazione delle risorse umane di Google sembrerebbe essere proprio questo: un vero e proprio bombardamento di candidature di persone “brillanti”, “di successo”, assolutamente fuori dall’ordinario. La reticenza di Bock al riguardo sta nel fatto che queste persone così “eccellenti” non sanno cosa voglia dire ammettere un errore (magari proponendo una soluzione per rimediare) né sono in grado di poter metabolizzare un richiamo o un vero e proprio fallimento. E di male in peggio, si attribuiscono tutti i meriti quando un lavoro è ben fatto ma incolpano gli altri quando ci sono degli errori.

Non servono esperti, ma esperienza.

Non si può pretendere di essere il migliore in un determinato settore ma aspirare a migliorarsi sempre, questo sì. Secondo Bock, il candidato ideale, che quindi ha voglia di imparare, è intellettualmente umile e ha tutte le caratteristiche per diventare un leader emergente, nel 99% dei casi di fronte ad un problema sarà in grado di dare la risposta giusta come se fosse un esperto. E qualora invece fosse quella sbagliata, da quel 1% verrà fuori qualcosa di talmente nuovo da rappresentare il vero valore aggiunto che si stava cercando.



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