Lavorare in Germania: intervista a un cervello in fuga

Angela è fuggita dall'Italia per andare a lavorare in Germania. Ingegnere, in Italia sentiva che non si sarebbe mai realizzata. Ha preso in mano il suo destino, plasmandolo a suo piacimento.

Perché un giovane italiano, neolaureato ed in possesso di un curriculum qualificato, decide di lasciare l’Italia per tentare la fortuna all’estero? Quanto spesso persone dal profilo appena descritto decidono di lasciare l’Italia per una scelta e quanto spesso, invece, questa partenza viene percepita come una soluzione di ripiego? E quando è possibile parlare concretamente di brain drain, di fuga dei cervelli nel senso stretto del termine? Ne abbiamo parlato con Angela Pastore, 29enne ingegnere lucana, fulgido esempio di cervello in fuga che ha trovato nel lavorare in Germania la soluzione ottimale a tutti i suoi problemi. Contrariamente, considera l’Italia un paese che non dà spazio ai giovani sin dall’inizio, omettendo anche un doveroso riscontro a chi cerca di accedere al mercato del lavoro.


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Com’è nata l’idea di trasferirti in Germania?
L’idea di lasciare l’Italia è nata dall’esigenza di realizzarmi come professionista. In seguito a un lungo percorso di studi, obbligatorio per chi intende e desidera diventare ingegnere, ho cominciato l’iter di pubblicizzazione del mio profilo: attraverso internet, rispondendo ad annunci in tutta Italia, ma anche andando letteralmente a bussare “porta a porta” nella zona in cui risiedevo, la provincia di Bari. Nonostante tutto, però, non ho riscontrato alcun interesse. Avevo come l’impressione che le aziende e gli studi non fossero neanche incuriositi dal mio profilo. Ecco perché, ho deciso di realizzare quello che avevo in mente da tempo e di respirare l’aria di un paese che da sempre mi ha interessata.

Per quale ragione hai scelto proprio la Germania?
Ne sono affascinata da sempre. Peraltro, la mia tesi di laurea magistrale riguarda la progettazione di un quartiere di Bari sulla base di alcune scelte urbanistiche fatte a Berlino.

In cosa consiste esattamente il tuo profilo professionale?
Sono ingegnere edile magistrale. Ho studiato al Politecnico di Bari, dove ho conseguito dapprima la laurea triennale e poi la magistrale, con il massimo dei voti e con lode. Prima di partire per la Germania, però, ho ritenuto doveroso concludere il mio percorso di studi e ho conseguito l’abilitazione alla professione di ingegnere civile e ambientale.

Una giovane donna in un contesto che, in Italia, è ancora prettamente maschile. Hai riscontrato delle difficoltà a integrarti nel mondo universitario?
Diciamo che, in base ad alcuni episodi che mi sono accaduti, ho cominciato a percepire che come donna non avrei mai avuto lo stesso spazio di un uomo in questo contesto. Anche per questa ragione, ho deciso di rivolgermi altrove.

Qual è stato l’impatto con il mercato del lavoro italiano?
Dopo qualche mese di ricerca di lavoro in Italia, avevo ottenuto un solo riscontro positivo: ero stata contattata da uno studio ingegneristico per un colloquio di lavoro e il colloquio era andato a buon fine. C’era solo una pecca: mi è stato detto fin da subito di non sperare di ottenere un contratto regolare e una remunerazione adeguata alle mie competenze. Ma ho deciso di accettare, nella speranza che il titolare avrebbe cambiato idea, che avrebbe investito su di me. Quando, però, sono arrivata in ufficio per la prima volta e ho conosciuto i miei nuovi colleghi ho capito che questa prospettiva non si sarebbe mai realizzata: anche il più anziano dello staff non aveva ancora ottenuto un regolare contratto di lavoro. E’ stato in quel momento che ho deciso di investire realmente sul mio futuro e mi sono iscritta ad un corso intensivo di tedesco.

Qual è stato, invece, l’approccio con il mercato del lavoro tedesco
Delusa da questa prima esperienza lavorativa, ho deciso di partire per la Germania dove ho frequentato per un mese una scuola di lingua, per migliorare la conoscenza del tedesco. Lì, ad Augsburg, ho sostenuto il mio primo colloquio di lavoro, nel primissimo studio che avevo contattato; e durante il colloquio, dopo avere risposto alle domande di rito, il titolare mi ha subito parlato di contratto e di retribuzione. Ero letteralmente incredula!

Come hai conosciuto il tuo datore di lavoro?
Ho un cugino che vive in Germania, al quale ho chiesto qualche consiglio prima di cominciare a cercare un lavoro; mio cugino mi ha suggerito di cominciare a contattare alcune aziende della zona e…la prima fra queste mi ha subito risposto!

Hai avuto l’esigenza di chiedere il riconoscimento del titolo di studio?
Ho semplicemente tradotto in lingua tedesca il mio diploma di laurea. Avrei potuto rivolgermi ad un traduttore giurato ma, dal momento che avevo già raggiunto un buon livello di conoscenza della lingua, ho deciso di fare tutto da sola, presentandomi direttamente al tribunale per il giuramento.

Quali sono gli aspetti che secondo te accomunano e differenziano il mercato del lavoro tedesco da quello italiano?
Non esistono aspetti che accomunano il mercato di lavoro tedesco a quello italiano e le differenze sono legate alla serietà e all’interesse nell’investire sulle nuove risorse, requisiti di cui il mercato italiano è totalmente sprovvisto. Concluso il mio percorso di studi, sono stata letteralmente cacciata dal mio paese, che non mi ha neanche consentito di farmi conoscere come professionista.

Esistono ancora dei pregiudizi professionali nei confronti degli italiani?
I pregiudizi che ci aspettano in un paese straniero sono quelli che da sempre ci riguardano come italiani: i miei colleghi e amici mi dicono sempre che noi italiani siamo chiacchieroni, rumorosi e burloni. Allo stesso tempo, però, ci ammirano per il temperamento e per la capacità di risolvere i problemi in poco tempo, non mancando di creatività. Sono stata accolta nel mondo del lavoro con entusiasmo proprio perché italiana e mi viene detto spesso che, da quando sono arrivata, ho portato il sorriso, sdrammatizzando l’atmosfera che a volte è un po’ pesante.

Pensi che il tuo sia un caso di cervello in fuga?
Beh, sono letteralmente scappata da una situazione catastrofica, che mai mi avrebbe permesso di realizzarmi; per questo sì, penso di essere un cervello in fuga.

Cosa mette in fuga i cervelli italiani?
L’aspetto che mette in fuga i cervelli italiani è in primis la completa mancanza di riscontro al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro. Molti annunci richiedono giovani laureati con esperienza lavorativa; come si può richiedere esperienza lavorativa a una persona che il giorno prima era ancora seduta tra i banchi universitari? Spesso mi sono ritrovata a pensare che si tratta solo di un modo per alimentare l’apparenza che esista ancora un mercato del lavoro, ma in realtà non interessa a nessuno investire sulle nuove risorse.

Qual è il tuo bilancio dell’esperienza in Germania?
Il mio bilancio è molto positivo. Sono entrata nel mercato tedesco con un contratto a termine di sei mesi, che però è stato stracciato poco dopo: per sottoscriverne uno a tempo indeterminato. Adesso ho la mia indipendenza, un mio appartamento e la mia vita da adulta, cosa che molti dei miei coetanei in Italia ancora possono solo sognare. Questo ovviamente è costato tanta fatica e ancora oggi sono alle prese con quella che è l’integrazione culturale, ma non mi lamento; al contrario, non posso che ringraziare un paese che mi ha ospitata e mi ha permesso di realizzarmi.

Cosa consigli a chi decide di intraprendere il tuo stesso percorso?
Consiglio di investire subito tempo e denaro in un buon corso di lingua. Il tedesco non è una lingua semplice e richiede molto tempo e impegno. Solo dopo aver raggiunto un buon livello è il caso di mettersi alla ricerca di una posizione lavorativa. Molti partono e arrivano in Germania non conoscendo la lingua e credono di potersi arrangiare cominciando a fare qualche “lavoretto”. Così si rischia solo di farsi sfruttare e, una volta finiti i soldi, di tornare in Italia a mani vuote.




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