Lavorare fino a 70 anni: una sentenza rafforza le possibilità

La Corte d’Appello di Milano qualche tempo fa ha depositato una sentenza che riapre le discussioni intorno alla possibilità, in capo dei lavoratori, di poter esercitare il diritto di lavorare fino a 70 anni di età, evitando che la propria azienda datore di lavoro ponga fine al rapporto di lavoro per questioni anagrafiche. Una vicenda della quale ci eravamo occupati alcuni mesi fa, in relazione ad una pronuncia del tribunale capitolino, e sulla quale ora sembrano aprirsi nuovi margini di interpretazione tutt’altro che da sottovalutare.


La Corte d’Appello di Milano, sezione lavoro, era stata infatti chiamata a pronunciarsi sul caso di due redattori della Rai, licenziati separatamente per il raggiungimento dell’età pensionabile. Impugnato il provvedimento di licenziamento, i due lavoratori sono riusciti a ottenere il reintegro, confermando una interpretazione del comma 4, dell’art. 24 della Manovra Monti – Salva Italia, differente da quanto anticipato dal Tribunale di Roma nell’approfondimento di cui parlammo a suo tempo.

Recita infatti l’art. 24 che “per i lavoratori e le lavoratrici la cui pensione è liquidata a carico dell’Assicurazione Generale Obbligatoria (di seguito AGO) e delle forme esclusive e sostitutive della medesima, nonché della gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, la pensione di vecchiaia si può conseguire all’età in cui operano i requisiti minimi previsti dai successivi commi. Il proseguimento dell’attività lavorativa è incentivato, fermi restando i limiti ordinamentali dei rispettivi settori di appartenenza, dall’operare dei coefficienti di trasformazione calcolati fino all’età di settant’anni, fatti salvi gli adeguamenti alla speranza di vita, come previsti dall’articolo 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122 e successive modificazioni e integrazioni. Nei confronti dei lavoratori dipendenti, l’efficacia delle disposizioni di cui all’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300 e successive modificazioni opera fino al conseguimento del predetto limite massimo di flessibilità“.

Sulla base del tenore letterale del disposto, e considerato che l’Inpgi – ente sostitutivo dell’Inps per quanto attiene la professione giornalistica – ha diverse volte confermato che non vi è alcuna norma ostativa alla prosecuzione del rapporto di lavoro oltre i 65 anni, ne deriva pertanto che i lavoratori che vengono licenziati dalla propria azienda per raggiungimento dei limiti di età pensionabili, ma contro la propria volontà di rimanere in azienda fino ai 70 anni, potranno domandare al giudice il reintegro sul posto di lavoro.

Vengono così parzialmente ribaltate le conclusioni della precedente sentenza capitolina, sul caso di un lavoratore licenziato nel corso del 2013, che contestava il provvedimento di cessazione del rapporto di lavoro poichè – nonostante il raggiungimento dell’età minima richiesta per il collocamento a riposo – aveva esplicitamente domandato all’azienda di rimanere in servizio fino al compimento del 70mo anno di età, come da testo del decreto sopra ricordato.

Il giudice romano aveva tuttavia ribadito che la richiesta di rimanere in servizio fino a tale soglia anagrafica era da assimilare a una richiesta, e non come una pretesa da parte del lavoratore dipendente. Il giudice nell’occasione aveva infatti segnalato come “il tenore letterale della norma (…) non consente in alcun modo di aderire all’interpretazione fornita dal lavoratore opponente secondo il quale la norma porrebbe un vero e proprio diritto potestativo in favore del lavoratore di scegliere se rimanere fino all’età di settant’anni, diritto a fronte del quale vi sarebbe un obbligo del datore di lavoro di consentire la prosecuzione del rapporto fino all’età richiesta dal lavoratore“. Il tema sembra tuttavia essere più complesso, e il maggioritario orientamento è ben lungi dal formarsi, soprattutto in riferimento a specifiche professioni.



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