Lavorare come Assistente sociale privato: intervista a Elena Giudice

La professione dell'Assistente sociale privato. Come trasferire un lavoro tipicamente pubblico in un contesto di libero mercato.

assistente-sociale-privato-mappaCosa significa lavorare come Assistente sociale privato?  Cosa comporta per questo professionista, tipicamente impiegato in strutture pubbliche, ritagliarsi uno spazio in un mercato ancora quasi del tutto  inedito? In che modo ci si fa conoscere? Qual è la retribuzione standard e quali sono le prospettive di carriera? Fino a pochi anni fa, la professione dell’Assistente sociale era perlopiù legata ad enti pubblici; negli ultimi tempi invece, in continuità con quanto accade in Europa, comincia anch’essa ad affacciarsi sul libero mercato, strizzando sempre più l’occhio alla libera professione. Promuovere il benessere della famiglia e del singolo, ma anche assistere la persona all’interno del proprio nucleo di appartenenza. Sono questi gli obiettivi principali perseguiti dall’Assistente sociale privato, chiamato a coordinare non più solo i diversi aspetti del servizio sociale, bensì, all’occorrenza anche figure professionali complementari, all’interno di un mercato sempre più libero ed esigente. Abbiamo provato a chiarire i punti salienti di questa professione attraverso la consulenza della dott.ssa Elena Giudice, Assistente sociale con più di dodici anni di esperienza con le famiglie, ma anche Formatrice e Family Coach. Il suo obiettivo? Fornire soluzioni pratiche a situazioni complesse.


Assistente sociale privato: intervista a Elena Giudice

In cosa consiste la professione dell’assistente sociale privato?

Il ruolo dell’Assistente sociale privato può essere sintetizzato in cinque punti:

  • esame dei bisogni, delle risorse familiari, sociali e comunitarie, che la persona ha attivato in passato e che potrebbe attivare concretamente nel futuro;
  • analisi delle potenzialità delle persone e del loro contesto sociale;
  • presentazione alla persona di tutti gli scenari di scelte possibili e delle relative conseguenze giuridiche, personali e sociali;
  • proposta di un intervento o di un trattamento appropriato per quella persona in quel dato momento della sua vita, accompagnamento, monitoraggio e supporto l’intero percorso individuale;
  • orientamento della persona in stato di bisogno o quando essa desidera migliorare il proprio stato di benessere rispetto alle risorse territoriali, favorendone l’accesso.

L’Assistente sociale, quindi, deve essere in grado di coordinare l’utente con il proprio gruppo di appartenenza e la comunità. Un aspetto tipico della professione consiste nel fare uscire la voce delle persone inascoltate e fungere da collante fra loro, le istituzioni e le risorse: formali e informali, presenti e potenziali.

Quali sono i requisiti necessari per diventare Assistente sociale privato?

È necessario conseguire la Laurea triennale in Scienze del servizio sociale e, successivamente, sostenere l’Esame di Stato e iscriversi all’Albo, che abilita all’esercizio della professione in ambito pubblico. L’iscrizione all’Albo è fondamentale per esercitare privatamente. In Italia, il corso di laurea in Servizio sociale è relativamente giovane: io mi sono iscritta ad un corso di Diploma universitario – era il 1996 – che successivamente è stato convertito in Laurea triennale. Il curriculum di studi è caratterizzato da un focus multidisciplinare e prevede esami di diritto, psicologia, sociologia, psicopatologia e scienze sociali.

Com’è nata l’idea di esercitare la professione dell’Assistente sociale privatamente?

L’idea è nata per una serie di coincidenze. Dopo il Dottorato di Ricerca non riuscivo a trovare un’opportunità professionale concreta come Assistente sociale in Italia, nonostante l’esperienza decennale nell’ambito dei servizi alle famiglie. Benché avessi sostenuto colloqui di lavoro con università estere, ero decisa a rimanere in Italia e, nel frattempo, collaboravo con l’azienda di famiglia. Proprio in quel periodo è avvenuta la svolta: mi è stato proposto un corso di Coaching umanistico, durante il quale ho valutato per la prima volta la possibilità di mettermi in proprio. I miei ambiti sarebbero stati due: professionista nel campo della formazione e, soprattutto, attività dirette con le persone e le famiglie.

Ha individuato un bisogno da soddisfare?

Mi sono resa conto che i servizi pubblici faticano sempre più a rispondere alle esigenze di un’utenza varia e consapevole dei propri diritti. Sono molte le persone che non accedono ai servizi sociali e che, invece, si rivolgono a professionisti come psicologi, pedagogisti o psichiatri che, pur specializzati nel proprio settore di competenza, non hanno la visione d’insieme tipica dell’Assistente sociale, chiamato proprio a coordinare questioni di tipo giuridico, sociologico, psicologico e sociale. Inoltre, ho constatato l’assenza di una figura di supporto alla persona nella relazione con i servizi sociali incaricati dal tribunale: per questa ragione, ritengo che lavorare in team con altri professionisti – come con gli avvocati – possa offrire alla persona una visione completa sulle possibilità da sondare e sulle loro conseguenze.

In che modo si è fatta conoscere?

Principalmente attraverso il passaparola, testimonianza del rapporto di fiducia che si crea fra utente e professionista; ma esistono anche reti di incontri con famiglie e blogger del settore, fondamentali per accrescere l’utenza. Non bisogna dimenticare, inoltre, la cerchia dei professionisti all’interno della quale si è inseriti, che può fornire contatti utili per collaborazioni multidisciplinari.

Quanto è importante il Word Wide Web nel suo lavoro?

I Social Network specifici per professionisti – Linkedin in primis – offrono l’occasione per promuovere corsi e altre attività formative e per entrare in contatto con numerosi enti; mentre Twitter è il mezzo privilegiato per comunicare con la rete dei blogger.

Come avviene il primo contatto con l’utente?

Offro un incontro conoscitivo gratuito, attraverso il quale entro in contatto con il problema e suggerisco al singolo o alla famiglia una proposta mirata per fronteggiare il disagio.

Cosa propone durante gli incontri successivi?

Aiuto la persona a fare ordine nella confusione e a definire le strategie, i trattamenti e gli interventi più appropriati in quello specifico momento e per quella specifica esigenza. Dopo una primissima valutazione, quindi, posso concordare con la persona un set di incontri oppure, al contrario, sollecitarla a contattare un professionista differente, perché il suo intervento potrebbe essere più appropriato in quel dato contesto. Inoltre, è possibile concordare momenti di supporto in itinere, quando la persona potrebbe tendere a perdere la motivazione rispetto al percorso e ad altri professionisti.

A quanto ammontano le sue competenze?

Percepisco fra le 50 e le 70 euro a incontro, variabili a seconda del caso.

Qual è la differenza fra lavorare come Assistente sociale nel settore pubblico e nel privato? 

Nel settore pubblico l’Assistente sociale svolge funzione di Pubblico Ufficiale ed è tenuto a segnalare alle autorità competenti tutto ciò di cui viene a conoscenza. L’assistente sociale che opera nel privato, invece, non ha questi obblighi. Inoltre, mentre i servizi sociali sono soggetti a verifiche della qualità pianificate, il controllo della qualità del lavoro privato è informale ma costante: lavorare in modo poco professionale equivale a una pubblicità negativa.

Qual è la maggiore difficoltà che un assistente sociale privato deve affrontare rispetto al pubblico?

Nel pubblico non esiste la necessità di trovare clienti: l’utenza non ha scelta e deve rivolgersi ai servizi di competenza territoriali. L’Assistente sociale privato, invece, deve innanzitutto scardinare alcuni luoghi comuni, che lo identificano nel burocrate o, per contro, nella figura che interviene solo in casi gravissimi, che spesso prevedono l’allontanamento del minore dal proprio nucleo di origine. Nel privato, quindi, è necessario comprovare la propria professionalità, competenza e credibilità: “agire il mandato professionale e sociale” e non quello istituzionale che, invece, fa da cornice nei servizi pubblici; bisogna farsi conoscere, cercare contatti con altri professionisti e proporsi per collaborazioni.

Qual è, invece, il vantaggio?

Mettere al centro la persone e non il bisogno in sé, lavorare quando la necessità emerge e non quando essa è diventata un  problema cristallizzato. All’interno di questo scenario è fondamentale motivare costantemente la persona. Inoltre, la creatività del professionista trova nel privato un canale interessante, perché l’Assistente sociale propone all’utente metodi di lavoro mirati ai suoi bisogni specifici, per fornirgli un’ampio scenario di possibilità da attivare.

Cosa comporta intraprendere questa professione privatamente, in un mercato ancora “giovane”, come quello italiano?

Intraprendere questa professione privatamente implica un grande impegno, in termini di tempo ed energie, professionali ma anche personali. La formazione deve essere costante, per essere sempre più in grado di offrire alla persona opzioni diverse e basate sui propri bisogni. Inoltre è fondamentale un certo investimento economico, perché essere seguiti da consulenti nell’ambito del posizionamento di mercato e della comunicazione aiuta a rendersi visibili. È necessario anche un investimento di tempo: per esempio, l’anno scorso dedicavo circa due ore al giorno ai Social Network e all’aggiornamento del sito per promuovermi. Queste attività di contorno richiedono una motivazione molto alta, perché i risultati non sono immediati e spesso la frustrazione mette a dura prova.

Cosa suggerisce a chi decide di intraprendere la sua stessa professione?

È necessario essere realistici e darsi tempi chiari per valutare i primi risultati e rendersi conto se vale la pena proseguire. Bisogna considerare, inoltre, che per investire in questo tipo di attività è necessario un capitale iniziale o lo svolgere altri lavori in contemporanea, così da coprire le spese relative allo studio, ai consulenti, al materiale e tutto il resto. Spesso, il tempo dedicato a promuovere l’attività privata rischia di diventare “il tempo rimanente” o il tempo libero. Consiglio, invece, ritagliarsi dei momenti mirati.

Cosa spinge secondo lei una famiglia  – o un altro tipo di “comunità” –  a rivolgersi a un Assistente sociale privato? È semplice instaurare un rapporto di fiducia con il proprio interlocutore?

Questo è il punto più importante ma anche il più complesso: l’Assistente sociale accompagna donne, uomini, coppie, adolescenti, genitori e famiglie alla ricerca delle migliori strategie d’azione per sé; ma come scegliere un professionista piuttosto che un altro? Credo sia necessario evitare di essere troppo presente nella vita della persona, pur mostrandosi come un interlocutore, attraverso il quale definire le proprie risorse e i propri sogni, affinché essi si tramutino in azioni concrete.

Quando, invece, c’è sfiducia, da cosa pensa che questa sia dettata? Perché e come la si può superare? 

In genere, la sfiducia è dettata dall’incapacità di alcuni professionisti di essere trasparenti e chiari con le persone, in termini di costi e intervento.

Cosa spinge un utente a scegliere e pagare un servizio privato, piuttosto che rivolgersi gratuitamente a strutture pubbliche?

Il sovraccarico dei servizi pubblici e la loro organizzazione, quindi la mancanza di accoglimento di molte richieste, specie di quelle più “soft”. In molti casi, inoltre, i servizi sociali non propongono attività di orientamento e counselling e, spesso, i consultori delegano alla figura dello psicologo i compiti tipici dell’assistente sociale.

Crede che, all’interno di questo contesto, esista lo spazio per svolgere la sua professione privatamente?

Esiste, altrimenti non avrei iniziato. È necessario creare relazioni con altri professionisti, far vedere come si lavora concretamente, fare circolare un’immagine diversa da quella che le persone si aspettano, promuovere il proprio punto di vista sulle questioni di rilevanza, in modo che la gente inizi a conoscere questo professionista decida se fidarsi o no.

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