Lauree umanistiche nel mirino, studiare Dante non paga

Scegliere la facoltà non è roba da poco. Soprattutto in tempi di crisi come i nostri in cui studiare Lettere o Storia dell'Arte è, secondo alcuni, una mera perdita di tempo

E’ giusto studiare ciò che piace o è più saggio optare per un corso universitario che assicuri (al netto degli imprevisti che vanno sempre contemplati) una certa stabilità economica e lavorativa? E’ questo il dubbio che attanaglia, da sempre, i diplomati in procinto di scegliere la facoltà in cui iscriversi. Divisi tra i consigli di chi dice che è meglio puntare sul pratico e chi, invece, considera imprescindibile investire tutto su una passione che, prima o poi, pagherà.


lauree

image by michaeljung

A riprendere (a modo suo) l’argomento è stato il vicedirettore de Il Fatto Quotidiano, Stefano Feltri, che ha infiammato l’ultima polemica culturale dell’estate bocciando le lauree che non garantiscono un futuro lavorativo. “Fare studi umanistici non conviene – ha sentenziato il giornalista – è un lusso che dovrebbe concedersi soltanto chi se lo può permettere”. Di più: studiare quello per cui si è portati è roba da ricchi o da “sfaticati” – ha rincarato Feltri – che ha tracciato un solco tra i ragazzi meno brillanti e competitivi, che scelgono le materie umanistiche, e quelli più svegli e intraprendenti, che puntano sulle discipline economiche. 

In pratica: studiare Dante, approfondire il pensiero di Schopenhauer o specializzarsi sull’arte del Medioevo sarebbe un vezzo da “figli di papà”. Un “capriccio” riservato agli insolenti che tentano, in ogni modo, di evitare gli studi più faticosi. Oltre che una scelta sconsiderata, destinata a tradursi in un’inevitabile debacle professionale.

Ma cosa ha spinto il giornalista Feltri a emettere un giudizio così severo contro le facoltà umanistiche? A “ispirarlo” sarebbe stata la lettura di un recente documento del Centro Studi Ceps realizzato da Miroslav Beblavý, Sophie Lehouelleur e Ilaria Maselli. Uno studio che, passando in rassegna i dati di 5 Paesi europei (Francia, Italia, Ungheria, Polonia e Slovenia), ha mostrato come alcuni corsi universitari siano più “remunerativi” di altri.

Nel caso dell’Italia, il valore attualizzato delle lauree (che misura, in pratica, quanto un titolo può essere utile a trovare lavoro) premia sicuramente la facoltà di Medicina che raggiunge quota 398. Buon riscontro anche per Economia e Legge, con un valore pari a 273, mentre Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica si fermano a 55. Ma sono gli studi umanistici e artistici a uscirne con le ossa rotte, con un valore che sprofonda a -265. Tanto quanto basta a far scrivere a Feltri che, in barba a quanto certificato dallo studio, in troppi faranno la scelta sbagliata e “purtroppo (sic!) si iscriveranno a Lettere, Scienze politiche, Filosofia, Storia dell’arte”. 




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