Laureati e Artigiani: quando il braccio e la mente si fondono. Intervista a Elisa di Battista

vaso artigianoStorie vere di laureati che dopo il conseguimento del titolo accademico decidono di tornare alle origini e diventare artigiani, creando il lavoro con le loro stesse mani. Abbiamo intervistato la blogger e amministratrice della pagina facebook di Laureati Artigiani, Elisa di Battista, tra le prime e a “scoprire” e sostenere quello che ormai può essere definito come un vero e proprio movimento economico-sociale pacificamente rivoluzionario. Forte del consenso raccolto sui social, si fa da oltre un anno perenne portavoce della creatività e dell’intraprendenza di tanti giovani che, invece di emigrare, hanno deciso di rimboccarsi le maniche e inventarsi un mestiere, in grado come sono di sfruttare una sapiente combinazione di competenze tecnologiche acquisite e passione per il proprio hobby.

Dunque Elisa, da dove nasce l’idea della pagina facebook?/ Siete o conoscete di persona laureati che hanno intrapreso questa strada?

La pagina Facebook nasce dal blog LaureatiArtigiani.it, aperto a dicembre 2012, per raccontare storie di giovani laureati che scelgono la strada del lavoro manuale. Ad oggi le storie sono una cinquantina e danno voce alle scelte di questi giovani artigiani, facendo luce sulle motivazioni che li guidano e sul valore aggiunto che una laurea porta all’interno di un’attività artigiana. La pagina Facebook in un anno e mezzo ha raggiunto quasi 3000 like spontanei, e le si affiancano l’account Twitter @laureartigiani e il profilo Google+. LaureatiArtigiani. Una community sempre più ampia e forte, che mette in relazione artigiani, aspiranti artigiani, curiosi e appassionati.

Come mai secondo te un così forte ritorno all’artigianato da parte di persone dall’istruzione medio/alta, che potrebbero ad esempio emigrare, come fanno ormai tantissimi giovani?

Alla base della decisione dei laureati artigiani c’è una forte passione e un’attitudine al lavoro manuale, oltre a tanta creatività e intraprendenza. Decidere di avviare un’attività, oggi, è una scelta coraggiosa, così come quella di decidere di rimboccarsi le maniche e inventarsi un mestiere senza emigrare. Non tutti i cervelli vedono l’estero come unica soluzione; quello dei laureati artigiani è un fenomeno più diffuso di quel che si pensi, anche se poi in tutta onestà occorre osservare se e come le attività, una volta avviate, riescono a sopravvivere, crescere e ingrandirsi. Il blog LaureatiArtigiani sceglie di raccontare storie di chi all’artigianato si dedica non per hobby ma come principale occupazione.

Quali sono le lauree più adatte ad intraprendere una strada di questo tipo? Può aiutare anche una facoltà umanistica o sarebbe comunque “fuori campo”?

Non ci sono lauree più o meno “predisposte”. Dalle storie che ho raccolto, un titolo di studio accademico offre senza dubbio apertura mentale e capacità di problem solving. Poi alcuni corsi di laurea possono tornare più utili per le conoscenze che trasmettono: penso alla laurea in Economia per una gestione autonoma di un’attività, e a quella in Marketing e Comunicazione per le attività di promozione e valorizzazione del proprio nuovo brand. I giovani laureati artigiani che ho incontrato hanno inoltre messo a frutto i propri titoli di studio nel concreto: penso al laureato in Chimica che utilizza le formule e le basi teoriche apprese all’università per produrre saponi artigianali; a quello in Tecniche Erboristiche che ha dato vita a una distilleria; alla laureata in Design che conosce il processo per realizzare una linea di gioielli e avvia un proprio marchio dopo aver frequentato un corso di lavorazione del metallo; alla laureata in Beni culturali e restauro che avvia una legatoria, ma gli esempi possono essere moltissimi. E poi c’è anche chi prende strade completamente diverse, come l’architetto o il fisico che diventano falegnami, l’ingegnere calzolaio, l’astronomo che realizza remi per le gondole, oltre a persone che scelgono di lasciare un lavoro sicuro per dedicarsi all’artigianato.

In che modo la tecnologia, soprattutto quella più evoluta che si studia all’università, può aiutare o “collaborare” con l’artigianato? E qual è, se c’è, il limite da non superare per far si che un prodotto artigianale rimanga tale e non diventi un prodotto meramente tecnologico?

Il valore dell’artigianato sono l’unicità e la personalizzazione del prodotto, che ha i suoi difetti proprio perchè realizzato manualmente e non in serie. Oggi l’artigianato si sta orientando anche verso tecnologie d’avanguardia come le stampanti 3D, le taglierine laser e altri strumenti: questo può essere per alcuni settori il futuro, e oggi in Italia si sta diffondendo sempre di più il fenomeno già vivo da tempo in America dei “makers” e dei Fablab, ma è importante valutare per ogni attività le esigenze reali di produzione, ed eventualmente la possibilità di adoperare in modo complementare il “sapere tecnologico” e il “sapere manuale” tradizionale.

Chi può diventare un laureato artigiano? Quali caratteristiche ci vogliono?

Chiunque, a patto che si faccia trasportare dalla passione e dall’attitudine, dalla voglia di fare e di mettersi in gioco. E a patto che abbia buona dose di coraggio ma anche di senso pratico: avviare un’attività non è semplice e occorre valutare tempi burocratici, costi, possibilità di finanziamento, eventuali bandi, modi per risparmiare (ad esempio partendo da un laboratorio in casa e da strumenti di seconda mano), considerando i costi della partita Iva. Quindi occorre informarsi, fare rete, non aver paura di chiedere a chi ha già intrapreso una strada, agli enti, alle associazioni di categoria, al web.

Secondo te, può esistere un problema di “troppa istruzione” rispetto ad una determinata attività intrapresa?

Nel caso dei laureati artigiani il punto è capire il valore che una formazione accademica può aggiungere a un’attività artigiana. Oggi l’artigiano non può essere e non può comportarsi come l’artigiano di una volta: oggi ci sono strumenti e canali nuovi da sfruttare e mercati differenti. Occorre piuttosto, oltre a competenze manuali e imprenditoriali, fare proprie e dominare alcune competenze digitali, sfruttare gli e-commerce per raggiungere mercati mondiali accanto ai più tradizionali fiere ed eventi di settore, e imparare a utilizzare i social network per promuoversi, a fare storytelling per raccontarsi e a captare le esigenze e le domande del mercato.

Che tipo di mercato c’è in Italia rispetto ai prodotti artigianali? Esportare (e quindi una forte presenza in rete in più lingue) è sempre necessario o, almeno in alcuni casi, è possibile “limitarsi” a soddisfare la domanda italiana?

Si sta diffondendo una maggiore sensibilità verso l’artigianato e una rinnovata consapevolezza del ruolo del Made in Italy e del valore del prodotto artigiano, unico, manuale, non seriale. Tuttavia se si pensa che il nostro Paese è per tradizione eccellenza in questo settore, c’è ancora forte margine di miglioramento. Tra le storie delblog, c’è chi è già riuscito a muoversi anche oltre confine, e chi invece per il momento si orienta all’interno di quello nazionale; importante ruolo è però sempre quello degli e-commerce, per varcare le frontiere con un clic.

Quale storia ti ha maggiormente colpito tra quelle che hai potuto raccontare o segnalare?

Non c’è una storia più interessante di altre, sono tutte degne di nota, ognuna a proprio modo, e sono selezionate proprio per il rilievo giornalistico ma anche umano, per le peculiarità delle attività e dei percorsi dei giovani artigiani, per il coraggio e l’innovazione, per il fiuto imprenditoriale e l’intraprendenza.

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