Laurea in Lettere: sbocchi e rischi, tutto quello che c’è da sapere

Studiare ciò che piace resta sempre l'opzione migliore?

“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir vitute e canoscenza”: la bella frase che Dante Alighieri mise in bocca al suo Ulisse, nel canto ventiseiesimo della Divina Commedia, rappresenta una delle “scomuniche” più potenti all’accidia umana. L’invito a scoprire, approfondire, sperimentare ed analizzare sembra fare al caso dei tanti diplomati che, ogni anno, devono fare i conti con la difficile scelta della facoltà a cui iscriversi. E che, molto spesso, finiscono per puntare su una laurea in Lettere. Ma cosa devono aspettarsi questi amanti della prosa e della poesia nostrane? L’ingresso all’università spianerà loro la strada ad opportunità lavorative interessanti? Non tutti la pensano così. Anzi: c’è chi suggerisce alle intrepide matricole letterarie di non farsi troppe illusioni e di rifarsi a un altro monito dantesco, quello che, con fulminante efficacia stilistica e contenutistica, ricorda: “Lasciate ogni speranza voi ch’intrate”.


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Cosa si studia alla facoltà di Lettere

Partiamo dallo studio. La laurea in Lettere rappresenta, da sempre, una delle scelte più gettonate tra gli studenti dei licei classici. E, più specificamente, tra coloro che sognano, sin da bambini, di vestire i panni degli insegnanti. Si tratta ovviamente di semplici generalizzazioni, che tracciano solo un orientamento di massima. Che, tra l’altro, è andato modificandosi col passare del tempo, di pari passo con la fine del mito dell’insegnante che da apprezzato depositario di saperi si è trasformato in lavoratore sottopagato. Ma facciamo un passo indietro: chi punta a mettersi in tasca una laurea in Lettere può scegliere di frequentare un corso triennale (di primo livello) o di proseguire con un corso magistrale che dura altri due anni. Per studiare cosa? Dipende. C’è chi decide di scommettere sulla formazione classica e finisce per approfondire lo studio delle lingue e delle letterature latina e greca, della storia antica e di tutto ciò che ha a che fare con il mondo dell’archeologia e dell’antichità. E chi, al contrario, preferisce iscriversi a un corso di lettere moderne, che guarda più ai giorni nostri. Le offerte didattiche cambiano, come sempre, da ateneo ad ateneo, ma tra le materie che non possono mancare citiamo la letteratura italiana, quella latina e greca (per chi si iscrive a lettere classiche), la linguistica, la filologia, la storia, l’inglese e la geografia.

Fin qui le materie che ti aspetti. Ma chi si iscrive a Lettere può ritrovarsi a studiare anche molto altro. Qualche esempio? C’è chi sceglie di approfondire la conoscenza della glottologia, della dialettologia e dell’antropologia culturale. E chi opta per un indirizzo che contempla lo studio della storia dell’arte e del patrimonio archeologico e culturale, passando per materie come l’iconografia e l’iconologia. Chi sceglie di dare un taglio più “filosofico” al suo percorso di studi (e si ritrova a frequentare testi di estetica o di filosofia morale) e chi decide di votarsi all’archeologia greca e romana o di scoprire tutto ciò che c’è da sapere sulle civiltà egee, mediterranee e bizantina. Per non parlare della storia del teatro e dello spettacolo, di quella delle tecniche e dei linguaggi del cinema e dell’audiovisivo e della storia della musica, che attraggono solitamente coloro che hanno velleità artistiche più “contemporanee”. Lo studio di Dante, Petrarca, Boccaccio &co. rappresenta, insomma, solo una minima parte del “programma”. A determinare la scelta dell’università è molto spesso la sua ubicazione, ma se allontanarvi da casa non rappresenta un problema, allora potrete rimettervi ai suggerimenti del Censis. Che, nel caso delle facoltà di Lettere, ha “incoronato” (a pari merito) le università di Siena e Bologna, seguite da quelle di Roma Tor Vergata, Urbino Carlo Bo, Modena e Reggio Emilia e Venezia Ca’ Foscari. Mentre ha segnalato, in negativo, quelle di Salerno, Bari, Messina, Cassino, Palermo e quella di Calabria.

Dati, previsioni e avvertimenti

E veniamo ai dati che tracciano un quadro (orientativo) della condizione occupazionale dei laureati in Lettere. A fornirli è stata Almalaurea che, nel 2015, ha interpellato un campione rappresentativo di laureati di primo livello, a un anno di distanza dal conseguimento del titolo. Ciò che ha innanzitutto certificato è che il 79,8% di loro risultava iscritto ad un corso di laurea magistrale e che la percentuale di coloro che lavoravano superava di poco il 26%. E gli altri? Il 51,8% dichiarava di non lavorare e non cercare (magari perché impegnato a studiare ancora) e il 21,8% di non lavorare ma cercare. Ancora: il 52,5% degli occupati precisava di proseguire il lavoro iniziato prima di iscriversi all’università, mentre il 33,6% spiegava di avere iniziato a lavorare dopo la laurea. E se vi state chiedendo a quanto ammontava il loro guadagno, sappiate che i “dottori” in Lettere di primo livello dichiaravano di non arrivare ai 590 euro netti al mese. Una cifra nettamente inferiore a quella indicata dal campione di laureati magistrali che, ad un anno dalla discussione della tesi, affermavano invece di mettere in tasca 830 euro netti al mese. Ma attenzione: di tutti i “dottori” magistrali intervistati da Almalaurea (oltre 7.130 di cui il 70,8% donne), solo il 45,3% affermava di lavorare, mentre il 18,4% dichiarava di non lavorare e non cercare e il 36,3% di non lavorare ma cercare. Di più: ad esplicita domanda sull’utilità della laurea in Lettere per lo svolgimento del suo lavoro, il 15,8% del campione dichiarava di considerarla fondamentale e il 34,1% utile. Mentre il 18,6% affermava che avrebbe potuto fermarsi alla laurea triennale e il 31,3% che anche il diploma sarebbe stato sufficiente a fargli svolgere tranquillamente la sua mansione.

La fotografia scattata da Almalaurea – che, è bene rimarcarlo, fornisce solo un’indicazione statistica – non lascia spazio a troppe illusioni. Il luogo comune che riconosce negli studenti con formazione umanistica i candidati più papabili a infoltire la schiera dei disoccupati sembra, purtroppo, non discostarsi troppo dalla realtà. E a darne conferma sono anche i dati forniti da Excelsior secondo cui agli 11.250 ingressi nel mercato del lavoro dei laureati in Lettere registrati tra il 2008 e il 2012, ne seguiranno 10.580, tra il 2013 e il 2017. Cosa vuol dire? Che a trovare impiego sarà il 6% di laureati in meno. E dato il già marcato scarto tra la domanda e l’offerta, puntare su una laurea in Lettere potrebbe rivelarsi una mossa tanto azzardata quanto infausta. Sia ben chiaro: non vogliamo qui scoraggiare nessuno. Scegliere il corso di studi più rispondente alle proprie attitudini resta sempre, a nostro avviso, l’opzione migliore. Ma prendere consapevolezza del passo che si sta per compiere è altrettanto importante. Perché può mettere al riparo da sgradevoli sorprese e preparare ad affrontare al meglio la sfida che si prospetta davanti.

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A tal proposito, ricordiamo che, giusto un anno fa, il vicedirettore del Fatto Quotidiano, Stefano Feltri, diede il là a una polemica agostana destinata a fare rumore . Con un articolo intitolato “Il conto salato degli studi umanistici”, il giornalista cercò sostanzialmente di dissuadere i diplomati italiani dall’iscriversi a determinati corsi. “E’ giusto studiare quello per cui si è portati e che si ama? – si chiedeva Feltri – Soltanto se si è ricchi e non si ha bisogno di lavorare, dicono gli economisti. Se guardiamo all’istruzione come un investimento, le indagini sugli studenti dimostrano che quelli più avversi al rischio, magari perché hanno voti bassi e non si sentono competitivi, scelgono le facoltà che danno meno prospettive di lavoro, cioè quelle umanistiche”. Non basta: “Cari ragazzi, studiate pure quello che vi piace, tipo filosofia o scienze della comunicazione – tagliava corto, in un altro articolo, Feltri – ma mettete in conto che, a cinque anni dalla laurea, avete ottime possibilità di essere disoccupati e con un reddito da operaio non specializzato”. “Se volete comunque studiare filologia romanza o teatro, se ve lo potete permettere o se vi attrae un’esistenza da intellettuale bohemien – rincarava la dose il giornalista – fate pure. Affari vostri. L’importante è che siate consapevoli del costo futuro che dovrete pagare”. Allarmismi o lucida diagnosi? Ai posteri l’ardua sentenza.

Gli sbocchi professionali

Ma cosa può fare concretamente un laureato in Lettere? Mettiamo da parte i foschi scenari vaticinati da Stefano Feltri e da coloro che, come lui, non consiglierebbero mai ad un giovane di puntare su una laurea in Lettere e cerchiamo di concentrarci, invece, sugli orizzonti professionali che essa può profilare. Quella dell’insegnamento (a tutti i livelli) è solo una delle tante strade percorribili. Un “dottore” in Lettere può trovare lavoro nella pubblica amministrazione o nel settore privato e specializzarsi in ambiti differenti. Qualche esempio? C’è chi lavora nei ministeri, nelle sovrintendenze, negli istituti culturali, nei musei e nelle biblioteche e chi si è specializzato nell’archiviazione (anche digitale) di documenti, libri et similia. Chi ha sfruttato la sua formazione umanistica per organizzare eventi culturali di ogni tipo (dalla cine-rassegna del paese al convegno internazionale sugli studi danteschi) e chi ha trovato impiego nelle aziende. Dove si occupa di reclutare e gestire il personale, di curare la comunicazione e le pubbliche relazioni oppure svolge attività di ufficio stampa. E non sono pochi coloro che hanno cercato di capitalizzare la loro laurea in Lettere avventurandosi nel mondo dell’editoria e del giornalismo, che apre ad opportunità nuove soprattutto sul Web. Senza dimenticare i laureati in lettere classiche che finiscono, molto spesso, per fare gli archeologici o per perfezionare la loro formazione in ambito accademico diventando – nei casi più fortunati – fini latinisti e grecisti. A ciascuno il suo. 



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