Lasciare il lavoro: dopo cosa succede?

Lasciare il lavoro: può accadere di dover dare le dimissioni, per forza o per volontà. Ma la decisione va presa a mente fredda e senza farsi condizionare da rabbia o stress.

Nella vita capita, per mille e più ragioni di dover lasciare il lavoro senza averne un altro a disposizione. A volte ci si è costretti, altre volte lo si fa volontariamente e coscientemente, perché, in quel momento, sembra la scelta migliore. Si può sbagliare, oppure no. Fatto sta che, una volta lasciato il lavoro,  si apre un mondo molto complesso, non solo dal punto di vista dell’autosostentamento. Le implicazioni psicologiche infatti sono fortissime La prima domanda che ci si fa, ancor prima di fare il salto e a prescindere dalle ragioni per le quali si sta pensando se “mollare” o meno, solitamente è: “Dopo cosa succede? I pensieri che iniziano a girare in testa si fanno pesanti, ripetitivi, penetranti.


lasciare il lavoroLe valutazioni se lasciare il lavoro o meno sono straordinariamente difficili da fare, anche perché, a causa dell’ansia da mancata entrata economica, spesso non vengono fatte a mente lucida. Certo è che, un buon motivo per lasciare il lavoro è, a ben vedere, quello di non venire pagati per svolgerlo. Lavorare e rimanere senza stipendio è distruttivo, deprimente, alienante. Ma bisogna anche dire che in una situazione come questa sussiste sempre il dubbio, la speranza che prima o poi si venga pagati e si venga retribuiti anche degli arretrati. A volte accade, a volte purtroppo no. Ma anche qui, la domanda che ci si pone è: “se lascio il lavoro dopo cosa mi succede? Prima ho almeno la speranza di venire pagato, dopo no”. Salvo decidere d’intraprendere un iter burcocratico-legale che sarà probabilmente lungo e magari anche un po’ angosciante. Che fare?

Quel che succede dopo è, sicuramente, che si entra in disoccupazione, uno stato, va detto, non particolarmente felice. Se il lavoro lo si è lasciato per giusta causa, si ha diritto al sussidio (che è comunque temporaneo), ma in questo caso il tutto va dimostrato. Se non lo si può dimostrare (ad esempio nel caso di molestie “nascoste”) o i motivi sono altri,  ci si ritrova improvvisamente senza un’entrata mensile. Sul medio o lungo periodo si potrebbe aver bisogno di aiuto, ma come giustificare l’aver deciso lasciare il lavoro?

Bisogna quindi sperare in una rete di relazioni le cui persone inserite all’interno di essa capiscano la scelta compiuta e che, nel caso questa si rivelasse sbagliata (ad esempio potrebbe accadere di aprire un’attività senza però avere la fortuna di riuscire a portarla avanti), capiscano anche che nella vita si può sbagliare, eccome. Non sempre è così. E, socialmente parlando, potrebbe essere più accettato, e quindi si potrebbe venire maggiormente aiutat, se il lavoro non lo si ha più perché si è stati lasciati a casa, piuttosto che per aver dato le dimissioni. Se invece lo si è lasciato volontariamente o “per necessità”, non è purtroppo detto che altre persone comprendano, di più, giustifichino, questa necessità. Prima di lasciare il lavoro, bisogna pensare anche a questo. Ci si potrebbe trovare più soli di quel che si pensa.

Un’altra cosa che succede “dopo” è che, a meno che si abbia la fortuna di poter sopravvivere senza lasciare il lavorolavorare, ma in questo caso cadrebbe tutto il discorso precedente, di lavoro, bisogna trovarne un altro. E nel cercarlo, si può essere indecisi,  insicuri, spaventanti. Si arriva a pensare che un altro lavoro non lo si troverà più, che in un eventuale colloquio sarà praticamente impossibile spiegare le ragione dell’abbandono del posto precedente. In alcuni casi, inoltre, subentra la paura di trovare sì un nuovo lavoro, ma con le stesse problematiche che hanno portato a lasciare quello precedente.

Se si hanno figli a carico o genitori in età anziana o con problemi di salute (sono solo alcuni dei casi possibili), la questione si fa ancora più difficoltosa. Si hanno responsabilità dalle quali non ci si può tirare indietro, e dalle quali non ci si vuole tirare indietro. Ma se lasciare il lavoro significa entrare nello stato di disoccupazione, significa anche che, una volta completato il processo, non si è niente di più e niente di meno di un disoccupato che il lavoro l’ha perso contro la sua volontà. E sono centinaia di migliaia le persone con le responsabilità di cui sopra che il loro lavoro non l’avrebbero mai mollato. A chi invece ha scelto l’abbandono del posto, potrebbe capitare di pensare, “ma che ho fatto? Io un lavoro ce l’avevo” e sentirsi più stupido del disoccupato che è stato formalmente lasciato a casa. Non è così, ovviamente, né che si sia stati costretti, né che sia stata una decisione presa con una certa dose di calma, ma potrebbe capitare di pensarlo, anche per lungo tempo, influenzando potenzialmente in modo negativo la ricerca di un nuovo impiego.

Una soluzione definitiva, non c’è. La decisione giusta varia da caso a caso e quasi mai è possibile conoscerla prima, altrimenti di problemi ovviamente non ce ne sarebbero. E’ giusto però, pur a grandi linee, esplorare uno strato più profondo dei risvolti psicologici che ci si potrebbe trovare ad affrontare quando si decide di lasciare il lavoro. E’ una decisione infatti da non prendere mai, assolutamente mai, quando si è arrabbiati, stanchi, fortemente stressati. Questi sono infatti stati temporanei che poi passano e sui quali è totalmente errato basare una decisione così importante come quella di “liberarsi” di un qualcosa che al momento può sembrare un peso insopportabile, ma che è invece la vera fonte della stabilità di un’esistenza.

 




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