L’arte di piacere al lavoro: qualche consiglio per risultare gradevoli

Per ottenere consensi, non occorre essere dei seduttori nati né fingere di essere sempre d'accordo col capo. Basta mostrarsi aperti e socievoli e ricorrere a qualche semplice "trucchetto" svelato dagli esperti

Tutti emettono giudizi su tutti: è un automatismo che scatta indistintamente dal sesso, dall’età e dalla condizione sociale. Quando si incontra qualcuno per la prima volta, la nostra mente inizia ad arrovellarsi ed a registrare tutto ciò che può aiutarla a farsi un’idea sul nuovo capitato, basandosi su parametri valutativi soggettivi e su percezioni più o meno sommarie. C’è chi afferma che la prima impressione è quella che conta e chi – di contro – sostiene che è sempre possibile tornare sui propri passi e ritrattare il giudizio emesso con avventatezza su una persona appena conosciuta. Sia come sia, anche quando parliamo di lavoro, non possiamo sottovalutare l’importanza di piacere agli altri. Non si tratta di forzare la propria natura fingendosi dei “seduttori” nati (il tentativo potrebbe rivelarsi oltremodo patetico), ma di impegnarsi a risultare il più possibile gradevoli.


Come incrementare le possibilità di piacere al lavoro

Ammettiamolo: alcune persone hanno un fascino ed un carisma innato. Appena entrano in una stanza, riescono ad attirare l’attenzione di tutti e, con gesti apparentemente semplici e naturali, conquistano chiunque stia loro accanto. E’ un dono che, anche in ambito lavorativo, può risultare utile. Secondo uno studio condotto da un pool di ricercatori dell’Università del Massachussets, i lavoratori dotati di charm riescono ad ottenere di più perché le loro proposte vengono ascoltate con più attenzione da capi e colleghi. In pratica: più piaci in ufficio, più vieni preso in considerazione. Ma cerchiamo di essere chiari: quello che può aiutarci ad ottenere consensi al lavoro (oltre alla professionalità, alla serietà, all’impegno, alla dedizione ed a molto altro ancora) non è la bellezza fisica. Ma la capacità di risultare gradevoli e di suscitare reazioni positive in chi ci sta di fronte. Non è sempre facile e a volte occorre lavorarci su. Con l’ausilio di alcuni esperti della materia, cerchiamo di scoprire come si fa.

Occhio alla faccia

Alexander Todorov è un docente di Psicologia che insegna all’università di Princeton. Nel suo libro “Face Value”, parla dell’importanza della prima impressione che può determinare il successo o l’insuccesso di molti incontri. Da qui il consiglio di mostrarsi il più possibile allegri perché, secondo lo studioso, un volto sorridente trasmette più fiducia a chi non si conosce ancora. “La gente tende a percepire le persone che sorridono come individui affidabili, cordiali e socievoli”,  spiega Todorov, che invita i suoi lettori a lasciare a casa i musi lunghi. Un volto accigliato non è un buon biglietto da visita; va bene la serietà, ma chi centellina sorrisi e fatica a rilassare i muscoli facciali rischia di instaurare rapporti freddi e tesi con clienti, colleghi e superiori. Non proprio quello che serve per lavorare bene e serenamente.

E c’è di più: secondo lo psicologo Jack Schafer, che è stato anche un ex agente della Fbi, possiamo incrementare le possibilità di piacere a chi ancora non ci conosce con dei semplicissimi gesti. “Il nostro cervello sonda continuamente gli ambienti, alla ricerca di segnali amichevoli e di indizi ostili – spiega Schafer nel suo libro “The Like Switch” – I primi tre segnali che possiamo inviare a chi non conosciamo, per dimostrargli che non rappresentiamo una minaccia, sono: un movimento fulmineo del sopracciglio (basta alzarlo e riabbassarlo istantaneamente), una leggera inclinazione della testa ed un sorriso”. Operazioni elementari e alla portata di tutti che – salvo resistenze connesse ad un tasso di diffidenza fuori dalla norma – possono far partire ogni incontro col piede giusto. Ma attenzione a non esagerare: forzare o compiere in maniera innaturale questi semplici gesti potrebbero farci apparire ridicoli. Cerchiamo di evitarlo ricordandoci, tra l’altro, che stiamo solo gettando dei piccoli semi. Per raccogliere i frutti, occorrerà impegnarsi molto di più.

Partiamo dai punti in comune

Una buona strategia, per piacere agli altri, può essere quella di mostrarsi assertivi. Il che non equivale a dire che bisogna dare sempre ragione ai nostri interlocutori (anche quando si tratta del capo che vorremmo ingraziarci o dei clienti più redditizi che abbiamo), ma che è opportuno sforzarsi di partire dai punti in comune. Il consiglio di Suzanne de Janasz, insegnante associato di Management alla Seattle University, è quello di muoversi con cautela. “Quando siamo in disaccordo, cerchiamo prima di ascoltare le ragioni dell’altro anziché affrettarci a controbattere. Ad una valutazione più attenta – osserva l’esperta – potremmo ritrovarci d’accordo, almeno su alcuni punti fondamentali”. Ascoltare la versione di chi la pensa diversamente da noi può indurci a cambiare idea. Ma non è una regola fissa, anzi. La coerenza, anche al lavoro, è un valore assai apprezzato: mantenere la propria posizione non vuol dire essere ottusi o limitati, ma credere fermamente in quello che sosteniamo. L’importante è dimostrare di essere aperti e disposti al confronto. E focalizzarsi, se ci sono, sui punti in comune. Essere dei “Mr no” non ci porterà da nessuna parte, cerchiamo piuttosto di prestare la giusta attenzione alle persone e alle idee che propongono, valutandole senza pregiudizi. La polemica sterile ci farà apparire antipatici: evitiamolo. Ci sono tanti modi per  motivare e sostenere le nostre argomentazioni (quando non collimano con quelle delle persone con cui dobbiamo collaborare), troviamo le più garbate.

Raccontiamoci poco per volta

Jack Schafer la chiama la tecnica di Hensel e Gretel e altro non è se non l’arte di rivelarsi poco per volta. Secondo l’esperto, può aiutare molto a risultare gradevoli agli occhi di chi ci incontra per la prima volta. Perché? Perché ci ammanta di quell’alone di mistero che ci può rendere più interessanti. Uno degli errori più frequenti è quello di investire le persone che non conosciamo bene (o non conosciamo affatto) di informazioni e dettagli sul nostro conto: lo facciamo perché pensiamo che sia il modo migliore per rompere il ghiaccio e per mostrarci aperti e comunicativi. Ma quando perdiamo la misura ed iniziamo a svelare troppo di noi stessi, finiamo inevitabilmente per perdere fascino. Non solo: ricordiamoci che gli incontri di lavoro non possono essere vissuti come informali radunate al bar. Scendere sul personale potrebbe risultare inopportuno e suscitare imbarazzo in chi ci sta ad ascoltare. Mostriamoci amichevoli ed empatici, ma manteniamo sempre un certo decoro professionale. Se la prima impressione sarà positiva, avremo modo di coltivare la frequentazione e, col tempo, potremo anche sbottonarci un po’. Ma non facciamolo subito: l’arte di piacere agli altri passa anche dalla capacità di modulare i nostri comportamenti alle varie situazioni e di dispensare, con criterio, informazioni sul nostro conto.

Piacere a tutti non è possibile: alcuni rapporti sono destinati a saldarsi col tempo, altri a maturare con fatica, altri ancora a non cementarsi mai. E’ fisiologico, non facciamone un dramma. L’essenziale è che, quando ci troviamo a trattare per la prima volta con persone sconosciute in ambito lavorativo, ci impegniamo a mostrarci sufficientemente affabili e disponibili. Come già visto, un semplice sorriso può bastare. Almeno per cominciare.

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