La solitudine fa bene al lavoro: ce lo dice la scienza

E chi lo ha detto che la solitudine, intesa come tempo da trascorrere con se stessi, è una cosa negativa. Al lavoro, può anzi fare la differenza. Scopriamo perché

Solitari di tutto il mondo, rallegratevi: da oggi non verrete più additati come gli asociali dell’ufficio o i depressi da compatire, ma come grandi lavoratori, intenti a partorire idee brillanti e creative. A sottolineare l’importanza di coltivare la propria solitudine anche quando si è al lavoro sono stati i ricercatori americani, Scott Barry Kaufman e Carolyn Gregoire, estensori di un saggio pubblicato qualche anno fa sull’Harvard Business Review. Nel quale hanno sostanzialmente dimostrato che – a dispetto di quanto si possa pensare – isolarsi e vagare con la mente possono fare la differenza. La solitudine (intesa come tempo da trascorrere da soli) fa bene al lavoro. Non ci credete? Proseguite nella lettura.


Lavorare da soli fa bene: cosa dice la scienza

Scott Barry Kaufman è il direttore scientifico dell’Immagination Institute dell’Università della Pennsylvania, Carolyn Gregoire una redattrice dell’Huffington Post. Insieme hanno vergato un interessante saggio intitolato “Executives, protect your alone time”, che può essere grossolanamente tradotto con “Dirigenti, proteggete la vostra solitudine”. Lo abbiamo letto, traendone spunti di riflessione interessanti, che abbiamo pensato di sottoporre alla vostra attenzione, con la speranza di insinuare qualche tarlo e di mettere in discussione certi stereotipi e semplificazioni culturali che dovrebbero essere scrutati con più attenzione. L’intervento di Kaufman e Gregoire parte dal presupposto che, al giorno d’oggi, è sempre più difficile stare da soli. E che, nella maggior parte dei casi, la scelta di isolarsi viene riferita a chi ha qualche problema con se stesso o con gli altri. Ma è davvero così?

“La nostra cultura – scrivono gli studiosi – enfatizza l’importanza di stare sempre con gli altri, in parte anche per colpa dei social media. Tendiamo a considerare il tempo che trascorriamo da soli come tempo perso o come segnale che qualcosa non va, che abbiamo una personalità malinconica o asociale. Invece dovremmo considerarlo il segno di una maturità emotiva e di una sana crescita psicologica“. Non solo: stando a quanto sottolineato dagli autori, trascorrere del tempo in solitudine non può che fare bene al lavoro. Il che non equivale a dire che collaborare con gli altri non sia importante, ma che non può essere considerato l’unico modus laborandi. O l’unico modello destinato a produrre risultati.

La rete dell’immaginazione

Proviamo a spiegarci meglio: gli spunti e le ispirazioni possono certamente derivare dalla nostra interazione con gli altri (gli stimoli esterni possono giocare un ruolo importantissimo nel processo creativo), ma per essere cristallizzate, sistematizzate e raffinate come meritano, le idee devono essere processate attraverso una riflessione interiore individuale. Alcuni studi condotti da neuroscienziati americani hanno rilevato che tendiamo a partorire le idee migliori quando non siamo completamente concentrati sui compiti che dobbiamo portare a termine e quando consentiamo alla nostra mente di viaggiare. Molte delle nostre intuizioni più originali derivano dall’attività della cosiddetta “rete dell’immaginazione” che ci permette di recuperare i ricordi del passato, di pensare al futuro, di prospettare scenari, di decodificare situazioni, di capire noi stessi e di dare un senso alle nostre esperienze.

E veniamo al cuore della questione: perché questa rete si attivi, occorre abbandonarsi ad una profonda riflessione interiore che è facilitata dalla solitudine. Ecco perché – spiegano gli esperti – alcune delle idee più creative arrivano quando siamo rilassati (o addirittura annoiati) e quando svolgiamo attività banali e routinarie come farci la doccia, lavare i piatti ecc… Sia ben chiaro: Kaufman e Gregoire non arrivano certo a rinnegare l’importanza della collaborazione (che può, anzi, determinare successi importanti), ma invitano a considerare che anche la solitudine e l’isolamento possono produrre risultati apprezzabili al lavoro. Da qui i suggerimenti consegnati ai dirigenti che, secondo gli studiosi, non prestano la dovuta attenzione alla questione e tendono a giudicare con approssimazione i lavoratori che provano a stare da soli. Non si può pretendere di avere riscontri immediati agli input che vengono dati perché occorre concedere ai dipendenti il tempo di riflettere e di elaborare in solitaria. Le idee più creative sono quelle che, secondo gli scienziati, sono state partorite da menti che hanno potuto “perdersi” e vagare tra pensieri, ricordi ed emozioni.

Come influiscono i nuovi ambienti di lavoro

Di più: secondo Kaufman e Gregoire, i nuovi ambienti di lavoro non favoriscono la riflessione (si pensi agli open space dove ci si ritrova a dividere gli spazi con un numero elevato di colleghi); per questo, i dirigenti dovrebbero prendere in considerazione la possibilità di far lavorare da casa i loro dipendenti o di allestire una stanza o un ufficio in cui si possa pensare in solitudine. Quello che i due studiosi americani propongono è, in sintesi, una piccola “rivoluzione copernicana”, che prevede il capovolgimento di certi assetti e modelli culturali. Starsene in disparte e vagare con la mente non vuol dire necessariamente “battere la fiacca”, ma abbandonarsi ad un turbinio di pensieri che può fare la fortuna dell’azienda. E può procurare grandi soddisfazioni a chi impara a stare bene da solo e non si lascia vincere dalla smania di essere sempre iper-connesso. Siete d’accordo?




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