La ricerca sugli over 40 e i tre giorni di lavoro a settimana: parliamone…

Lavorare tre giorni a settimana per gli over 40 sarebbe meglio, dice una ricerca australiana, ma le variabili in gioco però, sono tantissime e qualche riflessione bisogna pur farla.

Premettendo che per produrre commenti affidabili sulla recente ricerca australiana relativa ai lavoratori over 40 bisognerebbe essere un ricercatore almeno dello stesso livello di chi l’ha progettata e realizzata e premettendo anche che (quindi) lo scopo del presente post non è e non può essere quello, qualcosa, perlomeno su ciò che è uscito su siti e quotidiani possiamo tranquillamente dirlo. Qualche riflessione insomma, non guasta mai. Facciamo un piccolo passo indietro, il fatto, in breve è questo: l’Università di Melbourne pubblica una ricerca che mostra come per i lavoratori over 40 sarebbe ideale lavorare tre giorni a settimana, corrispondenti a circa 25 ore, per produrre i risultati migliori. Al di sopra di quella soglia tali risultati rischierebbero di diventare controproducenti.


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image by Racorn

La prima riflessione che viene da fare è questa: ma allora tutti quei lavoratori sfruttati e sottopagati in Italia e all’estero che hanno passato la soglia dei  40 anni lavorano proprio così male? Dare una risposta a questa domanda è veramente un bel dilemma, perché A) viene da pensare che: “per forza lavorano male, lavorano troppo e guadagnano pure poco, in senso relativo o assoluto, altro che stress! Chi mai potrebbe lavorare bene in una simile condizione?” Ma di contro, possiamo ipotizzare un punto B) che reciterebbe più o meno così: “se lavorassero così male nel giro di poco tempo resterebbero disoccupati perché  gli “sfruttatori” non avrebbero nessun interesse a (man)tenere lavoratori poco produttivi, preferendo (a questo punto) ventenni da poter pagare ancora meno e far lavorare di più e meglio.

Si apre così un’altra questione: perché la ricerca australiana ha preso in considerazione solo gli over  40 (O almeno così si è capito)? Un confronto con un campione identico ma stratificato per età avrebbe fornito dati più completi in ottica di gestione delle risorse umane. La risposta a questa domanda c’è ed è questa: il focus della ricerca (siamo andati a leggerla) era quello di “investigare l’orario di lavoro ottimale per i lavoratori di mezza età e per quelli maturi”, non certo di fare confronti, tantomeno in negativo nei confronti di chicchessia.

Il problema però è che dicendo che gli over 40 dovrebbero lavorare solo tre giorni a settimana qualcuno

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potrebbe pensare che, insomma, sono ormai un po’ vecchiotti per sostenere incessanti ritmi di lavoro e livelli di stress non sempre misurabili ma comunque molto alti. Ecco, fondamentalmente volevamo arrivare qui: una conclusione del genere, così come espressa, banalmente, non è vera. Lungi dal mettere in discussione i risultati dello studio australiano, non si può comunque non far notare che, almeno in Italia, dopo un lungo periodo dominato dal  “puntiamo sempre e solo sui giovani”, con l’avvento delle molteplici crisi molti imprenditori hanno riscoperto il valore dei lavoratori maturi, over 40, over 50 e pure over 60 (purtroppo anche a scapito, ingiustamente, di quelli più giovani, ma in un contesto in cui i posti sono limitati qualcuno necessariamente rimane fuori).

Gli over 40 e quell’esperienza in più

Una maggiore esperienza genera un maggiore autocontrollo, un più alto livello di calma e quindi un minore stress, che proprio per il fatto di essere minore, risulta essere grandemente più sopportabile. Per giunta una maggiore esperienza porta un valore aggiunto per niente trascurabile in azienda. Tre, cinque, sette giorni a settimana poco importa. Quel valore è presente sempre e comunque perché facente parte ormai della persona, che l’ha negli anni interiorizzato. Si potrebbe sostenere che nei lavoratori più maturi la stanchezza arrivi prima, rispetto ai loro colleghi più giovani, ma  misurare un simile parametro è impresa a dir poco ardua, le variabili in gioco sono infatti innumerevoli: il tipo di lavoro, la mansione ricoperta, il ruolo, e cosa non certo trascurabile il livello di tranquillità nella vita privata.

Chi ha problemi in famiglia è sicuramente soggetto a livelli di stress personale maggiori, che inevitabilmente si ripercuotono sullo stress lavorativo e, almeno potenzialmente, sulle prestazioni. In questo senso chi ha venti o venticinque anni è meno probabile abbia una famiglia (e quindi è meno probabile abbia problemi di quel tipo) In ogni caso, un’altra variabile importante in proposito è la capacità di gestire lo stress.  Ci sono persone in cui è innata, altre invece l’hanno sviluppata, ma per questi individui lavorare sotto pressione è cosa relativamente più facile che per altri, meno “consapevoli” di come affrontare il problema stress.

Un problema anche mediatico

In conclusione, un conto è la ricerca con i suoi risultati basati su campioni significativi, ma necessariamente parziali, un altro è il messaggio mediatico che potenzialmente può passare dalle decine di articoli con titoli tipo “Gli over 40 devono lavorare solo tre giorni a settimana” o similari.  Abbiamo voluto richiamare l’attenzione su questo messaggio “potenziale” proprio perché il lavoro adulto è argomento assai delicato, verso il quale esiste una sensibilità al di sopra della media, soprattutto se diretti interessati. Va ricordato che perdere il lavoro in età adulta (in Italia soprattutto), è un vero e proprio dramma, visto che ricollocarsi è cosa difficilissima nonostante i numerosi strumenti e le svariate politiche attive di sostegno.



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