La Repubblica.it massacra le agenzie per il lavoro, ma è un’inchiesta zeppa di errori, imprecisioni e banalità

donnaagenziaemail pervenuta a La Posta di Bianco Lavoro


Spett.le Bianco Lavoro,

molti degli inserzionisti delle vostre offerte sono Agenzie per il Lavoro, in particolare ho visto molte offerte nella mia zona di Randstad e Manpower. Tuttavia la scorsa settimana ho letto degli articoli/inchiesta e visto dei video su La Repubblica.it dove si fa vedere chiaramente che queste agenzie prendono solo raccomandati, discriminano ed è impossibile con loro trovare lavoro! Stimo molto il vostro sito per i contenuti e gli approfondimenti e vorrei sapere cosa ne pensate di questi servizi di La Repubblica e se davvero le Agenzie sono così pessime come descritto. Grazie.

Mariangela G. – Monza

Risposta della direzione di Bianco Lavoro

Intanto facciamo una premessa: le offerte di lavoro su Bianco Lavoro sono pubblicate gratuitamente dalle agenzie e rispettano quello che è un Bianco Lavoro. Queste agenzie quindi a patto di pubblicare solo offerte etiche e legali, non pagano nulla. Questa premessa è d’obbligo per fugare ogni dubbio sul fatto che non si voglia difendere a tutti i costi il settore delle agenzie, per un qualche “conflitto di interessi”. Detto questo appare subito evidente agli addetti ai lavori che queste inchieste e video siano molto superficiali e piene di inesattezze e banalità. Per una analisi più approfondita e dettagliata facciamo analizzare l’inchiesta e rispondere ad un esperto in materia, con lunga esperienza anche nell’ambito delle Agenzie per il Lavoro.

Consigliamo ai lettori prima di procedere con la lettura, di leggere e vedere i video prodotti nell’inchiesta di La Repubblica:

La Repubblica: Lavoro Mission Impossible

 

Risposta del dr. Marco Fattizzo, esperto in Politiche del Lavoro

Inizio con il dire che analizzando gli articoli ed i video che formano l’inchiesta di La Repubblica .it è emerso che sono disseminati di numerosi errori ed inesattezze, oltre che di luoghi comuni, bufale e banalità.

Iniziamo ad analizzare punto per punto dove l’inchiesta ha “fallato”.

  1. Uno degli articoli dell’inchiesta titola “L’interinale cambia nome Il contratto diventa di ‘affitto’”. Per prima cosa diciamo che il concetto di lavoro in affitto vi era sin dalla nascita dell’interinale, nel ’97, non è una novità recente e non si è affatto passati da “interinale” a “in affitto”, si tratta di un gergo per definire il tipo di rapporto, a testimoniarlo vi è un libro edito da Franco Angeli nel lontano 1999, titolo: “Lavorare in affitto – tutto quello che serve per muoversi nel mondo del lavoro interinale”.

    L’interinale è si cambiato, ma è diventato “somministrazione”, ma sapete quando? Nel 2003. In pratica quella che viene “spacciata” come una novità  dai giornalisti di La Repubblica è una notizia vecchia di otto anni. È come se domani titolassero “Arrivato avviso di garanzia a Craxi”. Sarebbe stato sufficiente per i giornalisti leggere nell’articolo che hanno loro stessi scritto “Decreto Legislativo 276/03” (probabilmente hanno fatto un copia/incolla senza approfondire) per capire che si parla del 2003.

  1. Nello stesso articolo si insiste pesantemente sul fatto che le Agenzie abbiano unico interesse a reperire CV ed ingrossare le banche dati (cito: “le agenzie hanno un solo problema: avere tanti curricula e un grande data base”). Questo è assolutamente falso, ed è uno dei luoghi comuni più duri a morire… la banca dati CV è uno strumento, non un fine (come l’articolo tenta di dimostrare). Una agenzia con milioni di CV di persone che non manda a lavorare, guadagna zero! Importante è la qualità e non la quantità. Se una agenzia avesse davvero come unico interesse reperire CV… fallirebbe in pochi giorni. E questo è un dato di fatto, non una opinione. Per fare un esempio che i giornalisti possano capire, sarebbe come dire che l’unica cosa che interessi alle redazioni dei giornali sia di avere migliaia di articoli e fotografie, ma chiusi nel cassetto, anche poco validi e senza mai pubblicarli…

  1. Nel video di “Bruno il superdisoccupato”, si inizia subito fraintendendo il concetto di “lista nera”… si fa passare il messaggio che esistano delle liste di candidati scomodi (che ad esempio partecipano alle manifestazioni o sono iscritti ai sindacati…)… in realtà si tratta più verosimilmente di un normale e lecito scambio di informazioni e referenze tra filiali della stessa agenzia, con lo scopo di far lavorare i più i capaci e meritevoli rispetto a coloro che sono meno validi e che creano problemi sul posto di lavoro (oppure inventano qualifiche come fa Bruno il superdisoccupato).

  1. Si usa a sproposito il concetto di “raccomandazione”. In realtà in un libero mercato un’azienda privata ha pieno diritto di assumere chi gli pare… il problema sarebbe nella pubblica amministrazione, ma non è questo il caso. Chiedere “chi conosci in azienda” è una pratica assolutamente legittima per avere una referenza. Se l’azienda vuole assumere una determinata persona e già sa chi è, non ha assolutamente bisogno di “far finta” che il posto sia aperto a tutti, come tentano impacciatamene di dimostrare nell’inchiesta… può assumere e basta. Meraviglia il fatto che i giornalisti non si rendano conto di un concetto così banale.

  1. Il “superdisoccupato” Bruno, è disoccupato da tre anni… in una delle zone più produttive ed a basso livello di disoccupazione d’Europa… siamo proprio certi che la colpa sia delle Agenzie? Basta vedere come si presenta ai colloqui per farsene una ragione. Trascurato nell’aspetto, inventa qualifiche e titoli che non ha e procede con pesanti pregiudizi nei confronti delle selezionatrici. Ovvio che venga scartato. Lui stesso ammette “prendono solo specializzati ed io sono specializzato solo in fallimenti”… e allora cosa pretende? Peraltro una agenzia gli ha anche offerto un colloquio con un’azienda, ma per una mansione per la quale lui si è inventato la qualifica; ciò vuol dire che il lavoro c’è, ma bisogna avere qualche competenza o aggiornarsi e formarsi… ed in tre anni da disoccupato come mai non si è specializzato in qualcosa? Ovvio che se girando per le varie filiali dando titoli e qualifiche differenti e contraddittori, viene presto “sbugiardato” e segnalato nelle famose “liste nere” (che ricordiamo, non sono delle liste come quelle delle banche con i debitori… ma semplici e legittimi scambi di informazioni tra filiali della stessa agenzia). Ma il direttore di La Repubblica assumerebbe un dipendente che si presenta inventando titoli e presentandosi in questo modo?

  1. Il giornalista nel video dice riferendosi alle Agenzie: “più una filiale ha iscritti, più è appetibile ai suoi veri clienti, che non sono i disoccupati, ma le aziende che a loro si rivolgono, come utilizzano poi questi immensi database di dati personali non è chiaro.

    Si tratta di una serie di banalità ed inesattezze in una sola frase. Allora, il fatto che i veri clienti siano le aziende e non i disoccupati è naturale, poiché per la lingua italiana il cliente è colui che paga un corrispettivo in cambio di servizio o prodotto; poiché la normativa italiana fa divieto di accettare denaro da chi è in cerca di occupazione, è ovvio che il “disoccupato” non potrà mai essere un cliente, lo dice la legge, non è una decisione dell’agenzia o un qualcosa da “condannare” come tra le righe pare voglia far intendere il giornalista. Per quanto riguarda l’utilizzo dei dati personali, in realtà sapere quale sia l’utilizzo è semplicissimo, basta leggere l’informativa sulla privacy o farne richiesta… un giornalista dovrebbe saperlo, altro che “non è chiaro”… se poi si vuole “insinuare” che le agenzie facciamo un uso illegittimo dei dati personali, allora si dovrebbero produrre delle prove certe o degli esempi concreti, una insinuazione fine a se stessa resta invece nel campo della diffamazione gratuita. Altra bufala nella stessa frase: “più una filiale ha iscritti, più è appetibile ai suoi veri clienti”…  assolutamente falso, poiché (come spiegato anche prima) all’azienda cliente non interessa assolutamente nulla di quanti iscritti ha una filiale (e nemmeno ha modo di saperlo), interessa invece se gli si manda le persone giuste per il posto giusto e se viene garantito un buon servizio. La banca dati è un mezzo, non un fine. Ed anche questo è un dato di fatto.

  1. Il superdisoccupato si spaccia anche per laureato pur non essendo vero (chissà se è al corrente che questa pratica è un reato in Italia…) ed è evidente che all’occhio ed all’orecchio esperto delle selezionatrici le sue “menzogne” non sfuggono… ad esempio in un colloquio si spaccia per un esperto in “saldatura di filo continuo”… peccato che si dica “saldatura a filo” oppure “saldatura di acciaio” o “di rame”, certamente non esiste la definizione di “saldatura di filo”… Può sembrare una sciocchezza, invece è ovvio che chi non conosce nemmeno la definizione esatta del proprio mestiere, è subito “scoperto” da una selezionatrice attenta… non è possibile fare per anni un lavoro e non sapere nemmeno come si chiami. La conseguenza è l’ovvio e scontato “le faremo sapere”…  Vogliamo condannare l’agenzia per questo? E perchè? Per non mandare a lavorare un superdisoccupato che inventa le qualifiche e si vede lontano chilometri che le sta inventando? Sarebbe come se uno che si professa bravissimo a giocare a calcio, confonde il pallone da calcio con quello da rugby… credibile?

  1. Spiace dirlo, ma se le agenzie non assumono il superdisoccupato Bruno (che inventa titoli e qualifiche, girovaga a casaccio senza prepararsi e “studiare” davvero come funziona il mondo del lavoro ma ragionando per luoghi comuni, senza fare un minimo di autocritica ma scaricando sugli altri i suoi insuccessi), vuol dire che fanno bene il loro lavoro. Se una agenzia lo mandasse in azienda farebbe infatti pessima figura. D’altronde se queste agenzie stanno in piedi vuol dire che di gente a lavorare ne mandano tanta, gente valida intendo, poiché solo così possono “reggersi”. Inutile e falso il messaggio che si vuol far passare che queste agenzie mettono annunci, raccolgono CV e poi non mandano nessuno a lavorare. Le agenzie (a differenza del gruppo Espresso e La Repubblica ad esempio, che incassa dalle tasche dei contribuenti oltre 16 milioni di euro all’anno…) non hanno finanziamenti pubblici e vivono del solo loro lavoro, quando riescono a far lavorare i candidati.

  1. Nel video/intervista all’ex impiegato di agenzia, di ovvietà se ne dicono tantissime (“una promoter deve essere carina”.. ma va!!! “se uno crea un sacco di problemi e mette tanti paletti per lavorare non lo si chiama”, ma davvero?…), commentarlo tutto sarebbe come sparare sulla croce rossa. Mi soffermo sulla bufala più grossa: il giornalista insiste rimarcando il fatto che l’azienda segnala all’agenzia già la persona da inserire, facendo sembrare questa pratica scorretta e deplorevole (sottolinea con tono di chi ha fatto chissà quale scoop: “una prassi ehh…”). Al contrario di quanto si tenta di dimostrare, l’azienda ha pieno diritto di assumere chi gli pare e di segnalare all’agenzia la persona a cui fare il contratto, ciò non solo è legale e previsto dalla legge, ma è anche una pratica etica e che prevede contratti regolari per i dipendenti. Il problema è quando nei concorsi pubblici si sa già chi assumere, ma una azienda privata (a patto di non discriminare, ma non pare questo il caso) può segnalare ed assumere chi più ritiene idoneo alla mansione, anche già selezionato in maniera indipendente, non per forza deve farsi selezionare le persone dall’agenzia.

  1. Titolo di un articolo dell’inchiesta: “Fuori meridionali e gay”… per quanto riguarda l’orientamento sessuale, si scopre invece nel video che il discorso è proprio il contrario, l’ex dipendente parla di come per lavori come “commesso” sia favorito il gay rispetto all’eterosessuale. Certo, sempre di discriminazione di tratta, ma in senso contrario a come la hanno “recepita” i giornalisti ed è segnale di come chi ha curato il pezzo sia stato superficiale e non abbia ben compreso il concetto. Per il resto le “presunte” discriminazioni avanzate dall’ex dipendente, altro non sono che normali e legittimi parametri di valutazione di chi seleziona il personale… si esclude chi crea tanti problemi e mette paletti da subito (“questo non lo faccio”, “questo non mi piace”, “in questi orari non posso”, etc…), e allora? Dove è la notizia? Diverso il discorso della discriminazione dei meridionali, ma andrebbe trattato in maniera seria, non in maniera così superficiale come in questi servizi, con conclusione affrettate e banali.

  1. I giornalisti di La Repubblica hanno insistito molto sulle discriminazioni per età… condannando le agenzie che mettono dei paletti per motivi anagrafici. Peccato però che su Miojob di La Repubblica, (gestito dallo stesso Federico Pace che ha curato questa inchiesta) siano decine le offerte di lavoro con richiesta massima di età. Molte di queste offerte sono anche pubblicate dalle stesse agenzie che l’inchiesta condanna, come dire: se pubblicano a pagamento su Miojob di La Repubblica, tutto ok… se mettono lo stesso annuncio nelle loro vetrine, allora è discriminatorio…

    Il fatto è che quello dell’età è un argomento serio, non sempre quando vi è limite vi è discriminazione, ad esempio (ed è uno degli esempi fatti in un articolo dell’inchiesta) è legittimo richiedere massimo 30 anni, quando l’azienda vuole fare un contratto di inserimento (ma questo a quanto pare i giornalisti non lo sanno…). Possono esserci molte altre eccezioni, e la normativa prevede espressamente che vi siano, fatto è che i giornalisti anche in questo caso hanno dimostrato di non conoscere l’argomento di cui stanno parlando. E l’argomento dell’età andrebbe invece trattato in maniera seria e da chi ne ha le competenze, vista la delicatezza.

Conclusioni: Il lavoro è un argomento importantissimo e che sta a cuore a milioni di italiani ed andrebbe trattato solo da “addetti ai lavori” e veri esperti in materia. Da un colosso dell’informazione come La Repubblica (a mio parere leader negli argomenti politici e di cronaca) ci si aspetterebbero delle inchieste accurate e reali, non zeppe di imprecisioni e luoghi comuni. Inchieste mal confezionate come questa possono creare danni enormi al mondo dell’informazione e del lavoro poiché partendo da problemi reali generano delle “false risposte” a chi non trova occupazione.

Reale sarebbe capire i motivi veri per i quali Bruno e tanti altri fanno fatica ad inserirsi nel mondo del lavoro, e di motivi ce ne sono tanti e se ne potrebbe parlare tentando di risolverli, ma limitarsi ai “è colpa delle agenzie”, “prendono solo raccomandati”, “non prendono i meridionali”, “vogliono solo raccogliere CV”, etc… contribuisce solo a generare false giustificazioni e creare confusione.

Certamente è molto “popolare” da parte di La Repubblica difendere Bruno dando la totale colpa del suo status di disoccupato alle agenzie… una sorta di populismo nel mondo del lavoro e dell’informazione, ma non sempre ciò che è popolare è anche vero e reale, e soprattutto non prendendo atto delle vere cause dei problemi, essi mai si risolveranno.

Singolare (ma non casuale a mio parere) anche che in tutti questi video ed interviste non siano ammessi i “commenti”, come ormai nel web è consuetudine.

Tuttavia pur “involontariamente” l’inchiesta un messaggio giusto lo ha dato: “come non comportarsi se si vuole trovare presto un lavoro”. Risposta: in maniera contraria rispetto a come fa Bruno (o come i giornalisti lo hanno spinto a fare)… è importante infatti: non mentire sulle proprie capacità e titoli, presentarsi senza pregiudizi di sorta, studiare e documentarsi sulle dinamiche delle selezioni e del mondo del lavoro, fare autocritica e non credere per forza che la colpa sia degli altri, aggiornarsi e prepararsi in maniera continuativa.

A buon intenditor…

Conclusione della Direzione di Bianco Lavoro

Restiamo a disposizione per ricevere (qualora lo ritenessero opportuno) da parte di La Repubblica o le agenzie coinvolte, interventi, precisazioni o altro. La nostra email è info@biancolavoro.it

Per tutti gli altri utenti, come sempre i commenti sono liberi e non censurati!



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