Come la psicologia può aiutare a ottenere il lavoro

Durante il colloquio di lavoro, alcune strategie possono aiutarci a fare centro. Basta conoscerle e utilizzarle con criterio, senza strafare

L’appuntamento col selezionatore mette in agitazione tutti. Anche i candidati più navigati, che hanno già sperimentato tante cose e accumulato un know-how invidiabile. L’impossibilità di prevedere, con esattezza, quello che accadrà durante il colloquio di lavoro crea una tensione che molti faticano a gestire. E che può compromettere il buon esito dell’incontro. Ecco perché abbiamo pensato di chiedere soccorso alla psicologia che, secondo alcuni esperti, può fornire indicazioni interessanti. Cerchiamo di essere chiari: per ottenere il posto di lavoro, occorre puntare sulla propria preparazione e dare prova di grande entusiasmo, ma qualche tattica potrebbe rendere le cose più facili. A patto che la si utilizzi con criterio, senza mai dimenticare che a fare la differenza sono la competenza, la serietà, l’affidabilità e la voglia di mettersi in gioco.

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4 tattiche psicologiche per fare centro al colloquio di lavoro

L’idea di mettere in fila alcune pratiche psicologiche che potrebbero aiutare i candidati ad affrontare, nel modo migliore, il colloquio di lavoro è venuta ad Alison Doyle, che offre da anni consulenza mirata a chi cerca o vuole cambiare lavoro. Stando a quanto da lei verificato, ci sono almeno 4 tattiche che possono aiutare a fare centro. Ve le proponiamo, aggiungendo alcune considerazioni personali.

#1. La tattica del “power-priming”. E’ una pratica che, detta in soldoni, promuove la predisposizione a sentirsi persone vincenti. Secondo gli esperti, prima di entrare nella stanza del selezionatore, è bene concentrarsi su un episodio della propria vita (non necessariamente professionale) in cui abbiamo dimostrato di saperci fare. Pensare ad un momento in cui abbiamo avuto il controllo della situazione e abbiamo portato a casa un successo aiuta ad affrontare, con la giusta predisposizione, l’appuntamento col reclutatore. L’importante è non esagerare: essere consapevoli dei propri mezzi non deve trasformarci in persone fanatiche. Va bene avere fiducia in se stessi, ma cerchiamo di non apparire arroganti e indisponenti.

#2. La tecnica del “reflective-listening”. In cosa consiste? Nel ripetere il concetto espresso dal selezionatore con parole nostre. In questo modo, dimostreremo di avere prestato la massima attenzione a quello che ci è stato detto e di averne colto perfettamente il senso. Rielaborando, in maniera personale, le parole del nostro intervistatore daremo prova di acume, attenzione e marcato interesse.

#3. La tecnica dello specchio.  No, non si tratta della pratica che prevede di guardarsi ogni giorno allo specchio per ricordarsi quanto ci si vuole bene, ma di quella che suggerisce di replicare – in maniera intelligente – ciò che il nostro interlocutore dice col corpo. Un esempio? Se ci troviamo in una fase del colloquio di lavoro in cui il reclutatore si è “sbottonato” un po’ ed ha accennato ad un sorriso, è bene rispondere con lo stesso sorriso. Bisogna, insomma, stabilire una corrispondenza tra quello che cogliamo in chi ci sta di fronte e quello che facciamo. Senza scimmiottare nessuno: non si tratta di “imitare” banalmente il reclutatore, ma di dimostrargli che siamo entrati in sintonia con lui.

#4. La teoria del “Construal Level”. Stando a quanto verificato dalla psicologia, più siamo lontani da una persona, un oggetto o un evento; più tendiamo a pensare a loro o a parlarne in maniera astratta. Più li abbiamo vicini, più riusciamo ad essere precisi ed esaustivi. E’ una cosa di cui è bene tenere conto, quando ci prepariamo ad affrontare il colloquio di lavoro durante il quale i selezionatori cercano di cogliere quante più informazioni possibili sulla nostra storia e le nostre aspirazioni. Sforziamoci di pensare all’intervista di lavoro come a qualcosa di concreto, vicino, tangibile e non lesiniamo particolari sul nostro percorso formativo e professionale. La vaghezza e il mistero non vengono mai premiati in circostanze di questo tipo.

A queste pratiche, si possono aggiungere altre valide indicazioni fornite da chi si occupa di psicologia. Quali? Ce se sono tantissime. Secondo gli esperti, bisogna, ad esempio, fare attenzione all’utilizzo dei sorrisi (o delle risate) che creano – di norma – un clima positivo ed empatico, ma possono anche risultare inopportuni. Alcuni studi hanno dimostrato che i candidati che ridono o sorridono di più all’inizio e alla fine del colloquio e di meno nella fase centrale (quando devono rispondere alle domande del reclutatore) hanno più chance di farcela. Un’altra mossa vincente potrebbe essere quella che prevede di rivolgersi all’intervistatore chiamandolo per nome; così facendo, dimostreremo di voler stabilire un rapporto diretto con lui. E dovremmo riuscire a predisporlo positivamente nei nostri riguardi: a tutti piace ricevere attenzioni e attestazioni di considerazione.

E chiudiamo col più abusato dei consigli: quello che raccomanda di utilizzare oculatamente il linguaggio del corpo. E che prevede, per esempio, di stabilire un contatto visivo col reclutatore, di moderare la gestualità, di annuire garbatamente e di propendersi, in maniera adeguata, verso l’intervistatore, senza invadere i suoi spazi. Sono tutti meccanismi che, stando a chi se ne intende di psicologia, dovrebbero aiutarci a lasciare il segno. E magari a farci ottenere il posto di lavoro.


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