La escort pagherà le tasse: lo dice la Commissione tributaria

Con il proprio lavoro una escort particolarmente “attiva” aveva generato ricavi pari a diverse decine di migliaia di euro l’anno. Ricavi regolarmente versati sul proprio conto corrente e che, in sede di controllo da parte della Guardia di Finanza, hanno sollevato ben più di qualche perplessità nei finanzieri. I quali, ben inteso, sono andati a fondo alla vicenda, perquisendo l’abitazione e trovando un’agendina in cui venivano segnati appuntamenti e incassi, per un minimo di 3.000 euro al mese.


È a questo punto che le cose, per la bella escort, sono cambiate in misura radicale. L’Agenzia delle Entrate ha infatti domandato alla professionista di pagare l’Irpef, le addizionali Irpef, i contributi previdenziali, l’Iva. Una posizione che non è sembrata piacere alla escort, che ha infatti proposto ricorso, bocciato dalla Commissione tributaria provincia di Savona, che conferma le pretese delle Entrate, aggiungendoci 2.000 euro a titolo di risarcimento delle spese di giudizio.

Per comprendere per quali motivi si sia arrivati a una simile posizione, occorre leggere le motivazioni della pronuncia della Commissione, che considera anzitutto “irrilevante” che la professione di escort (o, meglio, di “cortigiana”, si legge nella decisione) non sia regolamentata in Italia. Insomma, la prostituzione può rientrare all’interno del perimetro di quanto previsto dal Drp 633 del 1972, soprattutto se – come nella fattispecie in esame – assume carattere di abitualità. E anche la sentenza C-268/99 della Corte di Giustizia europea sembra dare una mano al Fisco italiano, visto e considerato che classifica la escort come una lavoratrice autonoma, senza vincolo di subordinazione, a fronte di una retribuzione pagata direttamente dal cliente. Diviene pertanto legittimo, sostiene la Commissione, richiedere il versamento di Irpef e Iva.




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