La disponibilità ad approcciarsi alle nuove tecnologie dipende dall’età?

Il gap generazionale esiste, ma può essere superato. Come? Scopriamolo insieme, scorrendo le valutazioni di alcuni esperti

Quando un bambino di 6 anni spiega alla nonna (che di anni ne ha molti di più) come può chattare, in tempo reale, con lo zio che vive in Nuova Zelanda, tutto appare chiaro: la differenza di età influisce pesantemente sulla capacità di sfruttare le nuove tecnologie di cui disponiamo oggigiorno. Ma non fermiamoci alle apparenze: quando la stessa nonna scoprirà, infatti, la convenienza e la comodità di ricorrere ai mezzi tecnologici a cui aveva, fino ad allora, guardato con fastidio e circospezione, non è escluso che ne diventi un’assidua fruitrice ed un’insospettabile promotrice presso le sue coetanee. Alle quali spiegherà come poter beneficiare delle nuove scoperte tecnologiche, senza per questo disconoscere la tradizione o rinnegare il passato. La disponibilità ad approcciarsi alle nuove tecnologie dipende sicuramente dagli anni che si hanno, ma con un po’ di pratica e di buona volontà, può essere acquisita e potenziata ad ogni età. Vediamo come.


Il gap tra Millennials e Baby Boomers

L’idea di analizzare a fondo la questione è venuta alla rivista americana Fortune, che ha dedicato un articolo ai lavoratori che riescono a sfruttare, con maggiore o minore successo, gli strumenti tecnologici messi a loro disposizione. La prima evidenza riscontrata è che, in effetti, esiste una marcata differenza tra i Millennials (nati tra il 1980 e il 2000), che hanno una notevole dimestichezza con tutto ciò che è tecnologico, e i cosiddetti Baby Boomers (nati tra il 1945 e il 1964), che si mostrano invece più impacciati. Differenza che è stata confermata anche dai dati registrati dall’Association CompTIA (che promuove l’importanza delle nuove tecnologie al lavoro) in uno studio che ha coinvolto una platea di mille dipendenti. Al 51% di Millennials che utilizza senza problemi il web e ricorre alle piattaforme cloud corrisponde, infatti, un ben più contenuto 33% dei Baby Boomers. Di più: mentre i lavoratori più giovani sperano che le aziende investano su tecnologie sempre più avanzate, i loro colleghi più attempati vorrebbero invece limitarsi all’utilizzo di tecnologie estremamente semplici.

Tanto quanto basta a far concludere che tra i giovani e i meno giovani esiste un gap tecnologico che è impossibile colmare. Ma è davvero così? Non per il manager della EY, Martin Fiore, secondo cui occorre solo far comprendere ai lavoratori più scettici, riottosi e “stagionati” quanto possa essere utile e conveniente ricorrere alle nuove tecnologie in ufficio. Ma attenzione: non tutti apprendono allo stesso modo e per questo occorre mettere a punto strategie di “training” differenti, tarate sulle diverse fasce di età e sulle specifiche attitudini personali. I Millennials, ad esempio, tendono ad imparare di più e più velocemente, quando vengono inseriti in classi interattive; mentre i Baby Boomers preferiscono l’apprendimento individuale. Sono differenze di cui chi gestisce un’azienda non può non tenere conto, se non vuole che buona parte della sua forza lavoro rischi di restare indietro e continui a sbuffare (e a sudare freddo), ogni volta che deve approcciarsi a qualcosa di nuovo.

A ciascuno il suo apprendimento

L’essenziale è far comprendere a chi non è nato e cresciuto in tempi di modem e wi-fi che la tecnologia non è un nemico da schivare e combattere, ma un alleato da scoprire e valorizzare. In che modo? Come già detto, esistono varie possibilità. C’è chi impara ad approcciarsi alle nuove tecnologie di cui può usufruire al lavoro visionando video su internet (i famosi tutorial), chi lo fa partecipando a lezioni di gruppo (nel corso delle quali può porre domande all’insegnante ed interagire con gli altri allievi), chi ci riesce rapportandosi individualmente col formatore incaricato di spiegargli come utilizzare un programma nuovo e chi, infine, riesce ad imparare ascoltando audio-lezioni negli spazi di tempo disponibili (lungo il tragitto casa-lavoro, mentre prepara la cena ecc…). Dando alla gente la possibilità di avvicinarsi a ciò che percepisce come distante e ostile nei tempi e nei modi che le sono più congeniali, il gap generazionale potrà essere superato. A discapito degli stereotipi che si sono sedimentati nel tempo. Cosa vuol dire in termini pratici? Che anche un dipendente sessantacinquenne (che conta gli anni che lo separano dalla pensione) può diventare uno “smanettone” professionista, capace di sfruttare al meglio gli strumenti digitali di cui, fino a poco tempo fa, diffidava profondamente. La possibilità di inglobare nel suo know-how competenze del tutto nuove gli procurerà soddisfazioni inaspettate e lo trasformerà in una risorsa più motivata, fiduciosa di sé e produttiva.

E chi lo ha detto che l’età può costituire un ostacolo all’apprendimento di nuovi codici e linguaggi? Col giusto spirito e la giusta metodologia, anche i lavoratori “diversamente giovani” possono approcciarsi in maniera vincente alle nuove tecnologie, fornendo un modello importante alle “giovani leve” che spesso difettano di auto-critica ed umiltà. Chi non smette mai di mettersi in gioco e va alla ricerca delle chiavi che servono ad aprire le porte rimaste chiuse dimostra di avere un’apertura mentale da far invidia a un ventenne, che lo porterà ad agguantare continui successi anche “da grande”.



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