La bellezza al lavoro paga?

C'è chi sostiene che un uomo bello ha più chance di diventare il capo in azienda e chi suggerisce alle donne avvenenti di non allegare la propria foto al curriculum vitae. Che peso ha la bellezza al lavoro?

Essere belli è un requisito indispensabile per chi vuole sfondare nel mondo della moda o dello spettacolo. Ma non certo per chi sceglie di percorrere strade diverse, che possono portarlo a lavorare in un ufficio pubblico, in una piccola azienda familiare, in una multinazionale. O a guadagnarsi da vivere come libero professionista. Eppure la bellezza può giocare un ruolo importante nella nostra vita e determinare il successo delle relazioni che intrecciamo. Ecco perché fior fiori di studiosi e professori universitari hanno scelto di approfondire l’argomento, nel tentativo di dirimere l’annosa questione: la bellezza al lavoro paga?


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image by GaudiLab

“Beauty pays” (letteralmente “La bellezza paga”) è proprio il titolo di uno studio realizzato qualche anno fa da Daniel Hamermesh, professore dell’Università di Austin in Texas, che sostiene che le persone attraenti sono quelle destinate ad avere più successo nel lavoro. Secondo i suoi approfondimenti, gli uomini di bell’aspetto hanno il 4% di chance in più di arrivare in cima e di ricoprire ruoli dirigenziali e le donne “baciate” da Venere hanno addirittura l’8% di possibilità in più di fare carriera rispetto alle più bruttine. Con la lapalissiana conseguenza che, se si svolge un lavoro di alto profilo, allora anche il portafogli ne risente positivamente. Di più: nel suo studio, Hamermesh aggiunge che gli uomini brutti possono arrivare a guadagnare il 13% in meno dei loro colleghi “bellocci” e che le donne poco attraenti rischiano di guadagnare il 12% in meno di quelle che, invece, attirano l’attenzione dei maschietti. Stando alla tesi del professore americano, insomma, la bellezza al lavoro pagherebbe eccome.

Ma perché i belli sono quelli che hanno più possibilità di fare carriera? A rispondere alla domanda è stato Timothy Judge dell’università della Florida secondo cui la bellezza aiuta nel lavoro perché aumenta l’autostima e catalizza l’attenzione degli altri. E in effetti, guardare prolungatamente un bel viso risulta più facile che guardarne uno sgradevole. E una volta posati gli occhi sul volto del nostro interlocutore, siamo solitamente più propensi ad ascoltare con attenzione ciò che ci dice o ci propone. E, a ben guadare, è un meccanismo che si aziona nei più diversi ambiti lavorativi. Anche all’università dove gli studenti (dati alla mano) tendono a “premiare” gli insegnanti più belli le cui lezioni risultano solitamente più affollate. O negli ospedali dove i dottori più affascinanti sono quelli che riscuotono più successo tra i pazienti.

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Stando a quanto sostenuto fin qui, si potrebbe insomma concludere che i “brutti anatroccoli” siano destinati a una vita di frustrazioni lavorative. Ma è davvero così? La risposta ovviamente è no. Tanto è vero che c’è chi crede esattamente il contrario ovvero che l’avvenenza fisica possa rappresentare un ostacolo al successo e alla carriera. Non troppo tempo fa, due studiosi israeliani suggerivano alle giovani donne carine in cerca di lavoro di non allegare la loro foto al curriculum vitae. Perché le selezionatrici (solitamente donne), considerandole una minaccia, avrebbero potuto scartarle proprio in virtù della loro prestanza fisica. Essere belli, insomma, può trasformarsi in un handicap che costringe a combattere contro pregiudizi e luoghi comuni. In contrasto con quanto affermato dagli studiosi americani sopra citati, ad esempio, c’è chi sostiene che le donne belle fatichino più delle altre ad essere apprezzate. E godano di scarsa considerazione sia tra i colleghi e le colleghe (solitamente rose dall’invidia) che tra i capi, più attenti a valutare le loro doti fisiche che professionali. Una donna bella, nello stereotipo popolare, è una donna poco capace. E un viso ben truccato o un fisico statuario possono renderla vittima di un pregiudizio difficile da smantellare. Soprattutto tra coloro che non sono disposti ad andare oltre la superficie.

La conclusione? Come sempre non prevede formule risolutive. Essere belli, al lavoro come nella vita, può fare la differenza, ma in molti casi non succede. A noi pare che – più banalmente – per essere apprezzati professionalmente basti impegnarsi al meglio, cercando di cementare rapporti collaborativi con i colleghi e i superiori. E che chi pensa di puntare tutto sulla bellezza – a meno che (lo ripetiamo) non abbia scelto di dedicarsi a una professione in cui i lineamenti etruschi o il fondoschiena marmoreo non sono solo apprezzati, ma addirittura richiesti – sia destinato a non sfondare mai. Perché al di là dell’avvenenza fisica, sono la professionalità, l’empatia e la dedizione a rendere il lavoratore davvero “bello”.




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