L’inevitabile circolo vizioso tra consumi e lavoro

Se i consumi non tirano, il lavoro ne risente. Lo abbiamo scritto più volte, l’ultima delle quali, sfruttando il giusto allarme riguardante il peso dello stallo politico lanciato dal governatore della Banca d’Italia Visco. Ed ecco la conferma. 31.000 imprese chiuse nel primo trimestre del 2013, secondo i dati Unioncamere che, uniti a quelli dell’Istat su fatturato e ordinativi, dipingono una situazione gravissima. Ogni mese, nel 2013, sono sparite mediamente 10.000 imprese. Rispetto allo stesso periodo del  2012 sono “nate” meno imprese e contemporaneamente ne sono cessate di più. Il dato, è il peggiore dal 2004 a questa parte. A pagare il prezzo maggiore sono stati gli artigiani. Più dei due terzi delle 31.000 imprese in meno infatti (21.185), sono di natura artigiana. Colpa delle troppe tasse? Probabilmente sì, come “gridato” più volte dalle associazioni di settore, ma anche del fatto che si produce necessariamente di meno.


Gli ultimi dati Istat rilevano un calo del fatturato de 4,7% su base annua. In poche parole le entrate lorde medie delle imprese sono risultate inferiori di quasi il 5% rispetto all’anno scorso. E, oltre ad essere aumentate le tasse, sono scesi anche gli ordinativi, del 7,9% (nel confronto tra febbraio 2013 e 2012). Quindi, se da una parte si spende di più. dall’altra si guadagna di meno. Il calo più consistente (del 17,8%) riguarda la “fabbricazione dei mezzi di trasporto”, a riprova della profonda crisi del mercato dell’auto. Ma perché gli ordinativi sono calati in modo così netto? I motivi come sempre sono complessi, ma fare qualche riflessione, necessariamente parziale, non costa nulla.

Ciò che un’azienda cliente ordina ad un suo fornitore è ciò di cui ha bisogno per produrre quel che vende. Se vende di meno, perchè la domanda di quel dato bene o servizio cala, in linea generale e fatte salve eventuali economie di scala (non sempre redditizie), è costretta ad effettuare ordini quantitativamente minori. E così, la mole di lavoro del fornitore si riduce. Se si riduce troppo, quel fornitore sarà alla lunga costretto a chiudere, in quanto la sua attività non sarà più economicamente sostenibile. Quello stesso fornitore è poi, con tutta probabilità, a sua volta cliente di un altro fornitore (differente e magari “a monte”). Chiudendo però, non ordinerà più nulla e nulla gli verrà più ordinato. Il problema non è solo quanto, con quale periodicità e cosa di fatto un’azienda ordini ad un’altra, che dipende strettamente dalla domanda del bene prodotto da chi effettua l’ordinativo, ma anche, a livello macro, dal numero di aziende che ordinano.

Se “mancano” 31.000 imprese rispetto all’anno prima, significa che esistono 31.000 attività economiche in meno in grado di effettuare ordinativi. Inoltre, se un’azienda che chiude può anche essere di dimensioni rilevanti (e quindi , fino a quando li effettua, lo sono anche i suoi ordinativi), un’azienda che apre i battenti solitamente non può permettersi grossi acquisti, perché non ha stock di risparmi, non ha grandi capitali ed anzi deve crearseli risparmiando ed evitando di fare il classico passo più lungo della gamba. Quindi, meno ordinativi da parte di meno imprese e, al netto di quelle che resistono alla crisi, anche di consistenza inferiore. Ammesso che sia così, o almeno anche così, la situazione generale è poi ovviamente condizionata dalle varie dinamiche di settore; le soluzioni sono, o meglio “sarebbero”, quelle auspicate dai più. Una stabilità governativa post-elettorale, che dia un indirizzo politico-economico chiaro ed almeno di medio periodo e misure urgentissime a sostegno dell’economia reale, attraverso nuovi e più efficaci ammortizzatori sociali, la riduzione delle tasse (specialmente quelle sul lavoro) ed interventi molto mirati in favore della ripresa dell’occupazione. Solo chi ha un lavoro infatti può spendere e quindi sostenere i consumi. Certo, il tutto è molto più facile a dirsi che a farsi.



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