Jobs Act e Legge di Stabilità 2016: si punta su occupazione e investimenti esteri

Jobs Act e Legge di stabilità 2016 sono stati i temi del convegno organizzato da Gi Group lo scorso 19 ottobre: una panoramica mirata sul futuro del mondo del lavoro.

Jobs Act e Legge di stabilità 2016: occupazione, crescita ed investimenti esteri in Italia”: questo il titolo del convegno tenutosi lo scorso 19 ottobre e organizzato da Gi Group e dalla British Chamber of Commerce for Italy, in collaborazione con Chambre Française de Commerce et d’Industrie en Italie e la Camera di Commercio Italo-Germanica. L’evento è iniziato con la presentazione dei risultati dell’ultima rilevazione dell’Osservatorio Permanente sul Mercato del Lavoro, promosso in collaborazione con Gi Group Academy. I dati sono stati raccolti su un totale di 446 aziende presenti in Italia, di cui il 16,6% multinazionali estere.


Uno dei primi dati rilevanti è che soprattutto per le multinazionali estere (ovvero il 54,1% di tutte quelle incluse nella ricerca) il Jobs Act influisce positivamente sulle politiche di assunzione, mentre per la media generale delle imprese intervistate la riforma non incide sul numero di persone in azienda.

Il contratto che la maggior parte delle imprese, trasversalmente alla dimensione aziendale, intende utilizzare per inserire risorse nel 2016 è il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti (32,5%), contratto gradito particolarmente dalle multinazionali estere (45,9%) rispetto alle aziende italiane (29,8%). A seguire i più utilizzati saranno il contratto a tempo determinato (13,5%) e il contratto di somministrazione (13,3%).

Oltre la metà delle società estere presenti in Italia ritiene (52,7%), inoltre, che gli interventi normativi introdotti con il Jobs Act favoriranno gli investimenti esteri nel nostro Paese, ed infatti il 60,8% di queste prevede di aumentarli entro l’anno prossimo, rispetto al 53,5% delle aziende italiane.

“Da questi risultati emerge, grazie al Jobs Act e alle misure collegate alla Legge di Stabilità, il ritorno alla centralità del contratto a tempo indeterminato in uno scenario di riferimento premiante anche per gli investimenti” ha affermato Stefano Colli-Lanzi, CEO di Gi Group. E a partire da questi dati è iniziata la prima parte dell’incontro con il Senatore Pietro Ichino, il Vice Ministro delle Finanze Enrico Morando e il Vice -Presidente della  British Chamber of Commerce for Italy, Colin Jamieson.

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L’obiettivo del Jobs Act

Durante il suo intervento Ichino ha illustrato la riforma del Jobs Act e il contenuto dei singoli decreti attuativi, soffermandosi sulle novità più rilevanti. L’obiettivo di questi interventi legislativi, come affermato dal noto giurista, è il superamento del principio della Job Property e dell’inamovibilità, con l’introduzione di una flessibilità più sicura. Altro cardine della riforma è la centralità del contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, che rappresenta l’unica strumento per agevolare la formazione professionale e di conseguenza la qualità stessa del lavoro.

Secondo i dati presentati dal giuslavorista, l’eliminazione dei contratti a termine porterebbe anche un altro beneficio: l’abbattimento di un terzo del contenzioso in materia di diritto del lavoro, causato proprio da questa tipologia contrattuale, e di conseguenza di un sesto di tutto il contenzioso civile totale pendente.

Il giurista ha anche parlato della ormai nota norma sui controlli a distanza, di cui si è discusso a lungo sui giornali. Secondo lui in primo luogo “Bisogna ricordare che tale norma è stata concepita quando gli strumenti tecnologici odierni non esistevano e pertanto è irragionevole non prendere atto dei cambiamenti epocali che ci sono stati” e poi che “La norma non ha fatto altro che stabilizzare una situazione già esistente: ovvero per gli strumenti di lavoro ordinari non c’è bisogno di accordi sindacali, che invece restano obbligatori, ai sensi dell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori, per l’installazione di strumenti straordinari come telecamere o microfoni”.

La parola è passata poi al Vice Ministro Enrico Morando, che ha illustrato gli obiettivi perseguiti dal Governo attraverso la legge di stabilità 2016, la cui bozza è circolata negli ultimi giorni. “Se prima l’obiettivo era il consolidamento, ora è la crescita e quindi la rimozione degli ostacoli che la impediscono. In questo senso vanno le riforme costituzionali, l’abbassamento della pressione fiscale e la riforma delle istituzione economiche fondamentali. Come la giustizia, di cui bisogna accorciare i tempi ma soprattutto renderli certi”.

La licenziabilità è un elemento frenante?

Durante la seconda parte dell’evento, sono intervenuti Erwin Rahue, presidente della Camera di Commercio Italo Germanica e Amministratore delegato di BASF Italia, Giorgia Valsecchi, HR Manager di Certinergia e Diego Apicella, HR Manager di Italia, Croazia e Malta per Lloyd’s Register. La tavola rotonda è iniziato con la domanda posta dalla giornalista Roberta Miraglia: l’elemento della licenziabilità era, prima della riforma, un elemento frenante all’assunzione? Secondo gli intervenuti sicuramente non era e non è il solo elemento frenante perché sia in Germania, come riportato da Rahue, sia in Francia, come riportato da Valsecchi, non è facile licenziare. Il problema prima della riforma consisteva nell’aleatorietà del giudizio, dei tempi e dei costi del contenzioso innescato da un eventuale licenziamento.

La parola è poi passata ad Apicella, secondo cui c’è una grande differenza nella concezione del lavoro tra l’estero e l’Italia, poiché fuori ci si concentra sulla performance, da cui la licenziabilità direttamente dipende. Apicella ha poi portato la discussione sul tema degli autonomi, domandando al Professor Ichino perché fossero stati dimenticati dal Jobs Act. “L’unico nodo attorno ai lavoratori autonomi resta il problema del cuneo fiscale e previdenziale poiché il lavoro autonomo non tollera restrizioni di tipo giuslavoristico, altrimenti non potrebbe definirsi tale”: questa l’opinione del Senatore.

Il dibattito si è chiuso con un generale apprezzamento del Jobs Act da parte degli intervenuti, poiché, a loro avviso, l’introduzione del contratto a tutele crescenti ha il grande pregio di aver garantito una sorta di certezza del diritto in materia di licenziamento, sdrammatizzando così l’eventuale esito negativo del rapporto di lavoro.




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