Job Crafting: l’importanza di mettere passione in quello che si fa

Scopriamo insieme cos'è il "job crafting" e come può aiutarci a diventare lavoratori più felici, soddisfatti e produttivi

Non è difficile capire che se si ha la fortuna di svolgere un mestiere che ci piace, i risultati saranno quasi sicuramente positivi. Ma cosa accade alle persone che, per necessità, devono svolgere mansioni noiose, sgradevoli ed umilianti? Sono destinate a diventare frustrate o possono sperare anche loro di raccogliere qualche gratificazione personale? Per quanto possa sembrare strano, anche chi è costretto a fare mestieri faticosi e poco stimolanti può incassare robuste soddisfazioni e ritrovarsi a sorridere più spesso di quanto si possa immaginare. Come? Basta mettere passione in quello che si fa, sforzandosi di scorgere nel lavoro un’opportunità di crescita e di fortificazione non solo professionale.


Cos’è il job crafting e perché può fare bene all’azienda

Ci sono uomini e donne che hanno avuto la possibilità di investire sulla loro istruzione e che, a conclusione del loro percorso formativo, hanno trovato impiego in un’azienda in linea col loro profilo e con le loro aspirazioni. Non capita troppo spesso, ma quando capita si tratta di una vera e propria fortuna, che è bene tenersi stretta e difendere con ogni mezzo, dando prova di quella serietà e professionalità che assicureranno una lunga e promettente carriera.

Ma è inutile raccontarci storie: la maggior parte delle persone svolge un lavoro che non le piace e che, per vari motivi, non la fa sentire sufficientemente appagata. Mettendo da parte quella quota di lavoratori che potrebbe pensare di rimettersi a studiare per ambire ad una posizione più soddisfacente, pensiamo a coloro che non hanno la voglia o gli strumenti per rimettersi in gioco e devono quindi accontentarsi di ciò che fanno. A loro consigliamo di non gettare la spugna perché, per quanto ruotinario o molesto possa apparire il loro lavoro, se riusciranno a viverlo nel modo giusto, potranno ricavarne grandi cose.

Lavoro: come metterci passione

L’argomento è stato affrontato in un intervento pubblicato di recente sul blog di Trello che abbiamo letto e rielaborato per voi, cercando di trarne un messaggio stimolante ed incoraggiante. Partiamo da uno studio condotto qualche decennio fa da un pool di ricercatori universitari capitanato dalla professoressa Amy Wrzesniewski della Yale School of Management. L’indagine, che ha coinvolto (tra gli altri) alcuni addetti alle pulizie di un noto ospedale statunitense, mirava a sondare il livello di soddisfazione dei lavoratori ai quali veniva chiesto di esprimersi sul senso del loro mestiere.

Stando a quanto riportato dai ricercatori, alcuni intervistati risposero di fare quel mestiere perché era l’unico che permetteva loro di guadagnare qualcosa, mentre altri lo definirono da subito importante e significativo. Il primo gruppo di lavoratori si limitava a svolgere le mansioni (spesso con scarso entusiasmo o anche con un certo fastidio), mentre il secondo si ritrovava a fare cose che esulavano da ciò che era stato pattuito nel contratto, come scambiare due chiacchiere con i pazienti o accompagnare i visitatori nelle stanze.

Inutile sottolineare che il comportamento tenuto da questi ultimi lavoratori era, a giudizio degli esperti, quello vincente. Il loro approccio, definito dagli studiosi “job crafting” (arte o artigianato del lavoro), rivelava infatti la loro capacità di mettere passione in quello che facevano arrivando a nobilitare e a rendere meno gravoso un mestiere considerato, dai più, umiliante e dequalificante. “Il job crafting – ha spiegato Amy Wrzesniewski – identifica un insieme di comportamenti proattivi volti a modificare e ridefinire i confini lavorativi, mutando i compiti e le relazioni previsti dal proprio ruolo”.  Si tratta, in pratica, della capacità di rendere il proprio mestiere più affine e vicino ai propri talenti e alle proprie inclinazioni o, se si preferisce, dell’abilità di revisionarlo (nei limiti consentiti dai datori di lavoro) per trasformarlo in qualcosa di più coinvolgente e gratificante.

Il lavoro non può essere un passatempo

Mettere passione in quello che si fa può essere un toccasana. Lo sanno bene quegli insegnanti che, anziché limitarsi a trasmettere pedissequamente delle nozioni, sperimentano quotidianamente la gioia di condividere con gli studenti le loro esperienze ed i loro interessi, ottenendo in cambio robuste soddisfazioni. E lo sanno tutti coloro che si sforzano di svolgere le mansioni per cui vengono pagati con trasporto e motivazione, arrivando a provare gioia – di tanto in tanto – per quello che fanno.

Ma attenzione a non fraintendere o a forzare il ragionamento: bisogna sempre tenere a mente che il lavoro è lavoro e che tentare di trasformarlo in un hobby sarebbe un errore madornale. Gli estensori dell’articolo pubblicato su Trello sottolineano l’importanza di mettere passione in quello che si fa (o per lo meno di scovare e supportare il senso del proprio mestiere), ma non suggeriscono certo di stravolgere le cose. L’interesse e il coinvolgimento che riusciamo a sviluppare nei confronti del nostro lavoro devono avere sempre attinenza con quello che facciamo e produrre dei risultati congrui e riscontrabili.

Esempi concreti

Facciamo degli esempi concreti: un conto è proporre al capo di attivare un corso di lingua spagnola che può procurare ingaggi proficui all’azienda, altra cosa è pretendere di seguire le partite della Liga spagnola durante l’orario di lavoro. Un conto è chiedere di coinvolgere un team di esperti di public speaking per affinare le capacità oratorie dei dipendenti, altra cosa è attaccarsi al telefono per chiamare parenti ed amici che non si sentono da tanto tempo.

Mettere passione nel lavoro non vuol dire trascurarlo o trasformarlo in un passatempo; bisogna avere rispetto per quello che occorre portare a termine (e per il quale si viene pagati) e comprendere che il quotidiano confronto con gli aspetti meno ludici e leggeri del nostro mestiere ci permette di fortificare la nostra tenacia e la nostra professionalità. Quando riusciremo a coniugare il senso del dovere col piacere di fare quello che è più affine alle nostre capacità e alle nostre velleità – modificando un po’ lo schema iniziale – il gioco sarà fatto. E la gioia che trasparirà dalle nostre azioni e dalle nostre scelte lavorative contribuirà a rendere l’azienda più solida e longeva.



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