In Italia i single lavorano di più

A "sbancare" sono soprattutto le donne, che lavorano più delle "colleghe" accoppiate. Ma non correte a conclusioni affrettate: l'amore non fa male al lavoro, anzi

La questione potrebbe sembrare irrilevante, ma non lo è perché consegna uno spaccato inaspettato della nostra società. Secondo quanto certificato dall’Eurostat, i single italiani sono quelli con il più alto tasso di occupazione e quelli che, in definitiva, lavorano di più. E sorpresa delle sorprese, a “sbancare” sono le donne: chi non ha legami sentimentali stabili lavora, infatti, molto di più di chi ha, invece, un compagno al suo fianco. Sono dati che incitano a saperne di più e a domandarsi come mai i single italiani abbiano più successo (almeno numericamente) nel lavoro. L’amore fa dunque male alla sfera professionale? Riescono ad affermarsi solo coloro che scelgono di mantenere il cuore libero? Non necessariamente, come vedremo. Ma procediamo con calma.


Single vs accoppiati: chi la spunta al lavoro?

Partiamo dai dati che, come già accennato, sono stati rilevati dall’Eurostat. Secondo l’istituto di statistica, il tasso di occupazione degli adulti italiani in coppia si ferma al 69,3% (contro una media europea del 76,4%); mentre quello degli adulti italiani single si attesta al 72,6% (contro una media Ue pari al 69,9%). In pratica, tra chi è single e chi non lo è, c’è uno scarto di 3,3 punti percentuale a favore dei primi. E – cosa forse ancora più sorprendente – per una volta, la performance italiana (limitatamente alla categoria dei “cuori solitari”) supera vistosamente quella europea. Entrando un po’ più nel dettaglio: stando a quanto rilevato dall’Eurostat,  gli italiani “accoppiati” con figli hanno un tasso di occupazione pari al 72,7% (contro l’80,5% della media Ue), mentre quelli senza figli lavorano solo nel 61,6% dei casi (contro il 70,7% della media Ue). E i single? Il tasso di occupazione di chi non ha un partner ma ha dei figli è del 73,1% (contro il 71,2% dell’Ue), mentre quello di chi non ha né una compagna (o un compagno) né un figlio si attesta al 72,5% (contro il 69,6% della media Ue).

Alla luce di quanto riportato, sembrerebbe lecito parlare dunque di “anomalia italiana”. Visto che, lo ripetiamo ancora una volta, i single del Bel Paese non si limitano a lavorare di più dei loro connazionali in coppia, ma lo fanno anche rispetto alla media dei “colleghi” europei. Chi sostiene, da sempre, che la necessità di mantenere la famiglia spinge le persone sposate o conviventi a lavorare di più di chi non ha nessuno da mantenere sembra essere smentito dai dati. Ma non facciamola troppo semplice: i single non hanno un partner, ma – come già detto – possono avere dei figli. Ai quali, come qualsiasi altro genitore, vogliono garantire degli standard di vita sufficientemente decorosi. Per quanto, stando a quanto precisato dall’istituto di statistica europeo, i single senza figli, in Italia, lavorano mediamente il 2,9% in più rispetto al resto dell’Europa; mentre quelli con figli lavorano “solo” l’1,9% in più. A conti fatti, insomma, proprio chi non ha legami di alcun genere sembra essere destinato a trovare lavoro, con più facilità.

Non solo: a incidere sui risultati del monitoraggio condotto dall’Eurostat potrebbero essere, poi, i cosiddetti Neet. Ovvero i giovani (e meno giovani) che non lavorano né studiano e stanno ancora a casa con mamma e papà. La rilevazione non li considera single, ma appartenenti ad un’altra tipologia familiare. Se fossero stati annoverati tra i “cuori solitari”, quasi sicuramente, il quadro sarebbe cambiato. E di molto.

Il successo delle single

E chiudiamo coi dati che riguardano le donne single itaiane: il tasso di occupazione di quelle che non hanno figli si attesta al 16,8% (contro una media europea ferma al 2,3%), mentre le mamme hanno un tasso di occupazione pari al 14,2% (che supera di gran lunga il -1,4% della media europea). E le donne in coppia? Per loro, le cose non vanno benissimo, visto che il loro tasso di occupazione sprofonda al -16%. Perché? Le motivazioni potrebbero essere tante. Una, di natura (sub)culturale, potrebbe portare a credere che, soprattutto in certe zone del Sud, sopravviva ancora la convinzione che la donna debba andare a lavorare, solo se ce n’è veramente bisogno. Un’altra potrebbe, invece, portare a concludere che molte donne sposate (o “accoppiate”) preferiscano rimanere a casa, magari ad accudire i figli, piuttosto che impegnarsi in lavoretti malpagati e poco gratificanti. Specie se, coi pochi soldi racimolati, dovrebbero pagare una baby-sitter. L’assenza di un welfare solido e funzionante può, insomma, rappresentare un serio problema per le donne. Che fanno spesso fatica a conciliare la sfera professionale con quella familiare.

Ma allora, in definitiva, l’amore fa male al lavoro? Chi si dedica anima e cuore al proprio partner ha meno chance di affermarsi professionalmente? Non proprio. L’istantanea scattata dall’Eurostat deve essere analizzata con attenzione, evitando di fornire letture approssimative e parziali. La “supremazia” lavorativa dei single non autorizza a concludere che chi è innamorato fa peggio di chi non lo è. Certo, l’amore può far perdere la testa e la concentrazione, ma nella maggior parte dei casi, contribuisce a migliorare le performance lavorative. Lo certificano diverse ricerche secondo cui chi è innamorato è solitamente più motivato e più portato a fare bene. Perché si sente apprezzato e gratificato e tende a portare questa sua positività anche al lavoro. Lo stereotipo dell’uomo e della donna in carriera, che sacrificano gli affetti per scalare la vetta del successo, può insomma essere accantonato. Single o non single, lavora bene chi si impegna fino in fondo, cerca sempre nuovi stimoli e non si risparmia mai.




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