Intervista a Giubileo: “Mercato del lavoro è precario anche con Articolo 18”

A pochi giorni dalla fine di un anno in cui il numero di posti di lavoro a disposizione si è ulteriormente ridotto, siamo andati a ripescare il ricercatore Francesco Giubileo, che nel 2013 periodicamente su Bianco Lavoro Magazine ha fatto il punto su vari temi, gettando un po’ di luce su alcuni lati oscuri relativi al funzionamento mercato del lavoro italiano. Dato che “l’ultramediatizzato” neosegretario del Pd Matteo Renzi ha scatenato una discreta polemica con la sua proposta per i neoassunti di un contratto a tempo indeterminato subito (o meglio, dopo il periodo di formazione), ma con una flessibilità in uscita, oltre che in entrata, più elevata e dato anche che, questa flessibilità in uscita prevederebbe la rinuncia alle tutele previste dall’Art. 18 dello Statuto dei lavoratori, non potevamo non incentrare la nostra intervista proprio sul tanto bistrattato articolo della discordia. Imporne il rispetto o scegliere di rinunciarci in favore di altri benefici?


In questo momento si parla dell’eliminazione dell’articolo 18, ancora ?

Effettivamente è stato il tema centrale della Riforma Fornero ed i risultati ottenuti sono stati spesso oggetto di critica da parte di tutti gli attori coinvolti. Va detto che l’eliminazione dell’Art.18 per quanto riguarda il licenziamento economico sembra aver incrementato l’utilizzo della conciliazione. Molti avvocati dei lavoratori hanno tentato il ricorso al licenziamento discriminatorio, ma quasi mai il giudice accetta il ricorso, anche perché spesso non si tratta di discriminazione.

Ma in Europa esiste un Articolo 18 o qualche forma di protezione equivalente?

Esistono dei meccanismi analoghi in Portogallo e Germania, entrambi i contesti sono molto articolati. Attenzione, la Danimarca non presenta l’articolo 18, ma il licenziamento discriminatorio può prevedere una vera “mazzata” in termini di risarcimento, al punto da rendere quasi più conveniente il reintegro del lavoratore.

Ma perché s’insiste col voler togliere sto benedetto Art. 18? E’ una forma di protezione dei lavoratori..

Per due motivi. Gli investitori stranieri, cosi come la possibilità di ridurre a 50 articoli (impossibile) la norma sul lavoro. Guardi i clienti stranieri che vengono qui in Italia o non hanno interesse al tema e investono comunque oppure sono più interessati al costo del lavoro che non ad eventuali problemi legati al contratto. Solo una nicchia effettivamente valuta anche i costi di uscita nel caso di licenziamento individuale. Attualmente si stima che in assenza di una conciliazione questi siano attorno 50 mila euro. Il secondo motivo è più importante e riguarda la stabilizzazione dei “precari” attuali.

Ovvero?

L’idea di mettere un freno al “precariato”, lo sa che ogni anno circa 10 milioni di posti di lavoro si creano e 9,5 cessano di esistere? Solo una minima parte sono a tempo indeterminato e pochissimi vedono coronare il loro sogno di stabilizzazione (al max il 5% dei contratti atipici si trasforma in tempo indeterminato). Articolo 18 o no, il mercato del lavoro attualmente è comunque precario. Guardi, così la situazione è terrificante perché non permette il rilancio dei consumi. Ci sono state tante proposte, da Boeri a Ichino, adesso Renzi. L’idea è la possibilità di inserire da subito il contratto a tempo indeterminato con degli Exit free al posto dell’Art. 18, può funzionare, forse sì. Abbiamo visto che altri strumenti non vanno, primo su tutti l’Apprendistato, ma qui c’è un intero ambito accademico che mi continua a confondere il mestiere del bottegai con il resto del mercato del lavoro. 

Perché l’Apprendistato non funziona?

L’Apprendistato è stato modificato nel 2011, con un “Testo unico” frutto di una difficile trattativa; dopo neppure qualche mese è stato modificato nel 2012 con la Riforma Fornero. Troppe modifiche confondono la domanda di lavoro. Il termine “Apprendistato” è sbagliato perché fa pensare ad un lungo percorso formativo e professionale soprattutto nel settore della media-piccola industria, ma in realtà gli attori che utilizzano il contratto sono nel settore del terziario avanzato, nella grande distribuzione e spesso si fa veramente fatica a capire il percorso formativo/professionale che si intende fare al giovane. La parte formativa può essere fonte di contenzioso in caso di mancata stabilizzazione, le conseguenze per un datore di lavoro possono essere terribili (le penali sono molto pesanti). In realtà, il grande problema sta a monte e non è neppure di natura normativa, c’è un “vizioso” modello di natura accademica e politica che si ostina a pensare che il problema sia l’offerta di lavoro e che questa sia costantemente priva di competenze. Io ritengo che se parliamo di un quadro generale, in media in giovani di oggi sono preparatissimi e mi permetta di evidenziare che la formazione andrebbe fatta ai datori di lavoro o spesso non in grado di restare sul mercato.



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