Intelligenza emotiva: cos’è e come può aiutarci al lavoro

Saper dare un nome a ciò che proviamo è solo il primo step. Per vincere nella vita e nel lavoro, dobbiamo valorizzare le nostre emozioni e imparare a gestirle nel modo migliore

E chi lo ha detto che l’intelligenza passa solo dalla mente? C’è un’abilità che travalica la capacità di fare di conto o di parlare bene e che chiama in causa una gamma di sensazioni che – per definizione – sfuggono al controllo razionale. E’ l’intelligenza emotiva, che ognuno di noi può sviluppare a casa come al lavoro, partendo da un’attenta analisi di ciò che prova e dal tentativo di cementare rapporti empatici e collaborativi con chi gli sta intorno.


L’attenzione destinata all’intelligenza emotiva cresce sempre più. Tant’è vero che l’ultimo Report sul futuro del lavoro compilato dal World Economics Forum l’ha immaginata come la sesta competenza più richiesta dai selezionatori del 2020. In pratica, per essere assunti, nel prossimo futuro, non dovremo puntare più solo sulla nostra capacità di risolvere problemi o sull’acutezza del nostro pensiero critico (che può stimolare riflessioni e guidare scelte manageriali), ma su un’intelligenza orientata a riconoscere, gestire e valorizzare le nostre emozioni. Per intelligenza emotiva si intende, infatti, innanzitutto la capacità di identificare ciò che proviamo. Di dare un nome alle “pulsioni” che si agitano dentro di noi e di prenderne realmente coscienza. In questo senso, possiamo tranquillamente parlare di consapevolezza emotiva intesa come capacità di “leggere” le proprie e le altrui emozioni.

Ma non è che l’inizio: dopo essersi “ascoltati”, occorre andare oltre, per tentare di trarre il meglio da quanto appena fatto. Come? Procedendo con la valorizzazione delle emozioni che ci permetterà di usarle in maniera funzionale al raggiungimento dei nostri obiettivi. E passando attraverso una corretta gestione delle stesse emozioni che dobbiamo saper “controllare” (o imparare a farlo), per evitare problemi di vario tipo. Prendiamo il caso di un collega di lavoro che non ci fa dormire sonni tranquilli. I suoi successi in ambito professionale possono ingenerare un’invidia folle che, se mal gestita, può creare sfaceli. A meno che non si scelga di affidarsi alla propria intelligenza emotiva, che dovrebbe riconoscere ed identificare il sentimento e incanalarlo verso la giusta direzione. Se per dire, anziché guardare con insofferenza ciò che il collega fa, ci sforziamo di scrutarne i comportamenti con occhio lucido ed obiettivo per trarne qualche insegnamento, a beneficiarne non sarà solo la nostra serenità personale, ma l’intera azienda che avrà recuperato una risorsa motivata e produttiva.

Ci si obietterà che si tratta di  un esempio da manuale, difficile da trasferire nella quotidianità lavorativa. Verissimo, ma solo se si sceglierà di prendere consapevolezza della propria intelligenza emotiva e ci si sforzerà di accrescerla nel tempo, si potranno migliorare le proprie prestazioni professionali e private. Gli studiosi che hanno dedicato anni di ricerca all’argomento sono tanti. Tra tutti, Daniel Goleman, autore di un testo, “Intelligenza emotiva”, consegnato alle stampe nel 1995. In esso, viene innanzitutto precisato che la prima difficoltà consiste nel classificare le emozioni: per alcuni, ne esistono 4 fondamentali (paura, collera, tristezza, gioia); altri ne contano 6 primarie (felicità, tristezza, sorpresa, paura, rabbia e disgusto) a cui se ne devono aggiungere molte altre secondarie. Non solo: secondo Goleman, l’intelligenza emotiva non scomoda solo la capacità di identificare, valorizzare e gestire i sentimenti; ma anche quella di saperli esprimere, di valutarne l’intensità e di riconoscere la differenza che intercorre tra loro e le azioni.

E non si pensi che l’intelligenza emotiva debba essere gestita solo a livello individuale. Ne esiste, infatti, una dimensione sociale importantissima, incardinata sull’empatia. Ovvero sulla capacità di ascoltare e comprendere i bisogni  e le emozioni di chi ci sta accanto e di cementare rapporti duraturi e collaborativi con loro. Un’abilità che – come è facile intuire – può fare la differenza al lavoro. Dare prova di intelligenza emotiva può voler dire, infine, comportarsi in una determinata maniera. Saper comunicare con gli occhi, utilizzare il giusto tono di voce, accompagnare le parole con dei gesti amichevoli, così come rivolgere richieste chiare ai nostri interlocutori, ascoltarne i suggerimenti e reagire compostamente alle loro eventuali critiche (solo per fare alcuni esempi) sono tutte abilità che possono documentare la nostra “crescita emotiva”. Ricordando che essere intelligenti (in questo caso) non significa puntare alla ricetta della felicità, ma riconoscere ed accettare le nostre emozioni. Ed imparare ad utilizzarle, per vivere al meglio la nostra vita fuori e dentro l’ufficio.

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