Infortunio sul lavoro, per la responsabilità non rileva la veste professionale

Stando a una recente sentenza della Corte di Cassazione, per l'infortunio sul lavoro non rileva la veste professionale del caposquadra.

Stando a quanto ha affermato la recente sentenza Cass. sez.lav. 19435/2017, chi concorre a generare un infortunio sul lavoro ne risponde sempre, poiché non rileva che chi abbia determinato l’infortunio abbia o meno una specifica veste professionale nell’ambito del rapporto di lavoro instaurato. Di contro, a rilevare è che chi ha determinato l’infortunio abbia compiuto azioni, omissioni o inadempimenti che abbiano contribuito a ciò, o abbia partecipato direttamente o indirettamente all’evento dannoso.

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Infortunio sul lavoro, il caso all’attenzione della Corte

Il caso su cui si è occupata la Suprema Corte trae spunto dal caso di un giovane apprendista che, nello svolgimento dell’allacciamento di un impianto telefonico, si è appoggiato al palo della luce con una scala di alluminio: purtroppo il giovane lavoratore muore immediatamente. Nelle vicinanze dell’accaduto si trovava un operaio esperto. Pur non ricoprendo il ruolo di caposquadra, e pur non essendo il preposto alla sicurezza, secondo la Corte risponde in concorso del danno mortale a carico dell’apprendista.

Per la Corte di Cassazione, infatti, l’operaio esperto risponde per un residuo concorso di colpa: trovandosi nelle vicinanze di una potente elettrica, e visto l’avvicinarsi della pioggia, non avrebbe messo in atto alcuna azione di cautela o di prudenza per poter evitare i danni al ragazzo.

Il fulcro della decisione è dunque legato al fatto che – pur non ricoprendo specifica veste professionale – l’esperto collega della vittima dell’infortunio avrebbe agito come un caposquadra di “fatto”, assumendone le fruizioni. Sebbene tale figura non sia giuridicamente inquadrabile all’interno dello schema del caposquadra, l’operaio esperto ha tuttavia svolto in concreto tale funzione. Ne deriva che, per i giudici della Suprema Corte, l’operaio è chiamato a rispondere in concorso di colpa del danno che è stato inferto al giovane apprendista.

Le conclusioni della Corte di Cassazione

Traendo le somme da quanto maturato in sede giurisprudenziale, emerge pertanto che chi coopera con un giovane apprendista in ambito lavorativo, ricoprendo il ruolo di collega esperto, non può che essere chiamato a tenere una condotta di spiccata prudenza rispetto a ogni atteggiamento sulla postazione di lavoro tenuta dal giovane, e anche se non possiede una determinata qualifica tecnica, bensì ricoprendo una sostanziale e di “fatto” funzione di guida, di sorveglianza e di formazione.

Un concetto, quello di cui sopra, peraltro già noto fin dalla Cass. IV pen. n. 48 del 14/01-18/02/1970, secondo cui la qualifica e le responsabilità del preposto non competono solamente ai soggetti forniti di titoli professionali o di formali investiture, bensì a chiunque di trovi in una posizione di supremazia sia pure embrionale, tale da porlo in condizione di dirigere l’attività lavorativa di altri operai soggetti ai suoi ordini.

Alla luce di quanto sopra, preposto può dunque essere chi, in una formazione per quanto piccola di lavoratori, anche se composta di soli due uomini, esplica le mansioni di caposquadra, fuori della immediata direzione di altra persona a lui sovrastante. Per Cass. VI pen. n. 4481 del 21/01-29/03/1977, peraltro, il caposquadra è colui che è tenuto a seguire minuto per minuto l’attività lavorativa, allorché questa sia pericolosa. Nel caso è tenuto a controllare l’esecuzione del lavoro compiuto da altri, e avvertire costoro o terzi dell’insorgenza di un pericolo improvviso.



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