Inchiesta: perchè cresce il lavoro sommerso?

Per lavoro “sommerso” s’intende una qualsiasi attività retribuita, lecita di per sé, ma non dichiarata alle autorità pubbliche, con la conseguente mancanza di tutele per i lavoratori. È da annotare come il lavoro sommerso pesi sul finanziamento dei servizi pubblici e della protezione sociale e condizioni in senso negativo il funzionamento di altri ambiti sociali paritetici come i fondi da destinare alla formazione, i fondi pensione, l’ assistenza sanitaria, ecc..


Un ridimensionamento del fenomeno consentirebbe, da un lato, di reintegrare nell’economia formale le persone che svolgono forme di lavoro sommerso e, dall’altro, di ridurre la concorrenza sleale che esso costituisce per le attività lavorative dichiarate.

La situazione sociale della persona che svolge un lavoro sommerso è più vulnerabile, in termini di copertura sociale ed economica, rispetto a quella del lavoratore dichiarato. Inoltre il lavoro sommerso si ripercuote negativamente sui consumatori, i quali non beneficiano delle stesse garanzie di tutela della qualità nel caso di prestazioni e di servizi forniti dal sommerso.

Sono oltre tre milioni nel nostro Paese, quelli che lavorano in nero, due milioni solo al Sud. Se poi si aggiunge chi ha più di un mestiere, allora si arriva a un totale di cinque milioni di posizioni irregolari.

Quali sono i fattori che determinano la crescita del lavoro sommerso?

In molti casi l’illegalità criminale si combina al degrado sociale e allo scarso senso civico. L’abitudine a non rispettare le regole porta come conseguenza all’aumento dei processi di corruzione e agli eccessi del potere burocratico sui cittadini.

É necessario, innanzitutto focalizzare l’attenzione sull’” underground economy”, da separare nettamente, sia dall’economia criminale e sia dall’economia informale.

La prima produce beni e servizi illegali, anche quando si inserisce in un contesto di “normalità”, agendo come impresa legale , operando con un’organizzazione e con metodi che la pongono comunque nell’ambito delle attività criminali. Per le politiche pubbliche, diviene prevalente l’azione di repressione e contrasto alla criminalità economica organizzata rispetto a qualsiasi altra forma di possibile intervento.

All’estremo opposto si colloca l’area di attività informali legate a prestazioni elementari di singoli, che si manifestano con bassi valori economici.

Certamente si tratta di un comparto da accompagnare verso forme più evolute nei Paesi poveri, poiché si tratta di deboli segnali d’iniziativa sociale.

Il sommerso da interpretare meglio è quello che si collega con i sistemi economici dei Paesi industriali. Un comparto costituito da produzione e lavoro irregolare ma collocato in contesti e settori produttivi ordinari, in grado di partecipare alle dinamiche di continua ristrutturazione dei modi di produrre.

Il lavoro sommerso copre in Europa e negli Stati Uniti una quota non marginale dell’economia, valutabile fra il 5 e il 20% a seconda dei Paesi.

Da qui l’esigenza di individuare modelli interpretativi che possano determinare nuove strategie per contrastare tali tendenze. E’ confermato che, a determinare l’economia sotterranea, sia la volontà di sottrarsi agli obblighi fiscali, contributivi, contrattuali, normativi, di sicurezza e di responsabilità sociale.

Il problema è che è sempre più difficile tracciare una linea di netta demarcazione fra “regolare” e “irregolare”, soprattutto nei sistemi economici che, superato lo stato nascente dello sviluppo spontaneo, raggiungono una certa stabilità, aprendosi alla competizione globale.

Una sorta di ammortizzatore scorretto dell’economia per attutire le azioni di un’eccessiva pressione fiscale , per rispondere al confronto competitivo della globalizzazione e riuscire a sopravvivere con bassissimi livelli di competenza organizzativa, strumentale e finanziaria.

L’avvio dei processi di modernizzazione, negli anni ’60, ha saputo far evolvere positivamente verso un sistema imprenditoriale regolare, com’è stato in Italia.

L’attuale situazione del mercato internazionale, al contrario relega il sommerso, nei paesi più sviluppati, a insediarsi nei settori più arretrate dell’economia ovvero produce distorsioni alla concorrenza. Ma anche nei Paesi in transizione viene alimentato l’ intreccio tra attività economiche e corruzione, producendo blocchi che frenano le dinamiche di mercato.

Le attuali forme che assume l’economia sotterranea vanno ricondotte alle trasformazioni in atto sia nell’impresa e sia nel mercato del lavoro.

Per quanto riguarda l’impresa si può affermare come le modalità prevalenti per affrontare i livelli attuali di competitività sono riconducibili a diversi motivi:

– una destrutturazione della grande impresa, con il formarsi di organizzazioni complesse che integrano unità produttive diverse e anche micro, utilizzano diffusamente l’out-sourcing, che tendono a rendere flessibile la produzione sui mutevoli andamenti della domanda;

– la riduzione di peso delle attività manifatturiere, che modifica la composizione settoriale dell’economia, ampliando lo spazio per servizi rivolti al mercato familiare o individuale, con modelli operativi meno complessi, con basse necessità d’investimento (dai servizi di prossimità, a quelli personali, dal piccolo commercio alle riparazioni, dalla ristorazione al turismo);

– la delocalizzazione verso i Paesi a basso costo delle lavorazioni industriali, produce una rottura nel rapporto fra grande-media impresa e territorio, facendo crescere lo spazio, nella dimensione locale, delle imprese più piccole. Questo processo fa profetizzare che il futuro nei paesi ricchi sarà centrato sulla lotta fra economia sociale ed economia sommersa, per il controllo del territorio;

– la crescita dei comparti più innovativi centrati sul professionismo individuale, rafforza una tendenza al formarsi di aree molto competitive non necessariamente riconducibili a modelli e standard aziendali tradizionali.

Per quanto riguarda invece l’ambito del mercato del lavoro, altrettanto rilevanti sono le ambiguità che si riscontrano:

– la necessità di rendere il lavoro più flessibile può determinare effetti di nascondimento se ciò si limita alla sola riduzione dei costi aziendali e non si accompagna a una crescita di produttività, a un premio per la competenza e a uno sviluppo di nuove forme di lavoro;

– l’afflusso d’immigrati irregolari, rappresentano un’incentivazione al sommerso, mancando le condizioni per essere occupati legalmente;

– l’indisponibilità di una sufficiente offerta occupazionale in determinati mercati del lavoro locale, induce chi ha già un lavoro regolare a svolgere una seconda attività in nero;

– l’eccesso degli oneri fiscali e contributivi sulle retribuzioni lorde che rende collusivo l’interesse fra imprenditore e lavoratore, dal quale si manifesta come conseguenza di ciò una tendenza all’evasione.

Analizzando il sommerso si può dedurre che per ridurre l’area di economia sotterranea è indispensabile articolare le azioni di contrasto per tipologie, settori e territori, tenendo conto che questo fenomeno merita una prolungata e organica attenzione e azione di accompagnamento.

Ma quali sono le strategie adottate per combattere il sommerso?

Gli Stati membri la Commissione Europea ha evidenziato alcune indicazioni generali sulle possibili azioni per contrastare il lavoro sommerso:

1. Il rafforzamento dell’efficacia della normativa e dei sistemi di controllo fiscale e di regolarità dei rapporti di lavoro anche tramite l’implementazione delle sanzioni.

2. Lo sviluppo di sistemi previdenziali in cui i diritti alla protezione sociale siano strettamente correlati ai contributi versati. In questo caso è però indispensabile porre una forte attenzione all’individuazione di strumenti e politiche in grado di garantire i diritti assistenziali alla popolazione disoccupata e quindi priva di reddito.

3. L’agevolazione dell’incontro fra domanda ed offerta nel mercato del lavoro formale attraverso lo sviluppo di strumenti e strutture efficienti, flessibili ed adattabili ai mutamenti del mercato del lavoro (accompagnamento, start-up di impresa).

4. La promozione di campagne di sensibilizzazione miranti a sviluppare una maggiore coscienza sociale e a dimostrare le gravi conseguenze del lavoro sommerso sul sistema nel suo insieme.

5. Una maggiore flessibilità del mercato del lavoro.

6. L’individuazione di strategie di sostegno alla nascita e allo sviluppo di micro-attività imprenditoriali.

7. Il sostegno alla strutturazione di attività di servizio in alcuni settori caratterizzati da un’elevata incidenza del fenomeno quali i servizi di cura e il lavoro domestico.

8. Il coinvolgimento e la responsabilizzazione di tutti gli attori coinvolti, a partire dalle parti sociali, nello sviluppo di strategie di lotta al lavoro sommerso.

9. L’attivazione e la formalizzazione di sistemi di cooperazione interistituzionale fra le diverse autorità competenti nel settore fiscale ed occupazionale a livello centrale, regionale e locale; la riduzione del costo del lavoro in termini di contributi sia a carico del datore di lavoro che del lavoratore.

10. Il rafforzamento dei controlli all’ingresso e l’ottimizzazione dell’efficienza dei sistemi di legalizzazione con riferimento alla forza lavoro immigrata.

In Italia di recente il Consiglio dei Ministri ha dato il via al piano straordinario del Ministro del Lavoro Sacconi che prevede controlli mirati in 20mila aziende del Sud per stanare il lavoro nero. Le Regioni sotto osservazione sono quattro: Calabria, Campania, Puglia e Sicilia.

L’intento del Ministro Sacconi è stato quello di intervenire in quegli ambiti che possono dar luogo a un forte impatto sociale e sul piano dell’ordine pubblico e dove sono più probabili i collegamenti con le organizzazioni criminali del territorio. Da ciò si è vista la necessità di realizzare specifici gruppi operativi composti da ispettori del lavoro, ispettori dell’Inps e militari dell’Arma dei Carabinieri, da impiegare nell’effettuazione degli accessi ispettivi.



Dai primi risultati del Piano straordinario di vigilanza per l’agricoltura e l’edilizia nelle Regioni Calabria, Campania, Puglia, Sicilia è emerso che i lavoratori in nero scoperti nell’agricoltura e nell’edilizia in Calabria, Campania, Puglia sono 1.280; tra cui 350 aziende sospese, di cui 253 tornate a operare; per quanto riguarda invece la Sicilia è in corso la definizione di un protocollo con la Regione, dal momento che l’attività ispettiva rientra nelle sue competenze specifiche.

 

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