Inattivi: record nel 2011. Solo Malta ha fatto peggio

Nel 2011 il numero di inattivi in Italia ha raggiunto la percentuale record del 37,8%. A rivelarlo il rapporto “Noi Italia”, pubblicato dall’Istat. Una precisa categoria statistica identifica la figura delle persone “inattive”, vale a dire quei soggetti che non lavorano, e non sono alla ricerca di lavoro. Visto il peggioramento avvenuto nel 2012, almeno stando ai più recenti dati (100.000 imprese chiuse nei 12 mesi), è plausibile pensare che la situazione possa ora essere ancora più grave. Il fenomeno, va detto, è generato non, o comunque non più, dalla mancanza di voglia di lavorare, o da una ricerca più o meno spasmodica dell’impiego su misura e di un conseguente rifiuto di tutti gli altri, ma da un’assenza, divenuta cronica, di posti di lavoro.


Decine, centinaia di migliaia di individui, talvolta ottimamente formati e con alle spalle anni di esperienza, costretti ad una ricerca lunga ed estenuante di un qualsiasi posto di lavoro, ricerca che potrebbe anche non portare a nulla.  Una situazione simile non può che scoraggiare sia i giovani che i meno giovani, di cui si parla sempre troppo poco, incidendo spesso non solo sulle possibilità economiche dell’individuo o della famiglia, ma anche sulla dignità stessa della persona, sulle sue sicurezze ed a ruota sulle sue decisioni. La soluzione, o almeno una delle tante, sarebbe quella di organizzare in modo differente i servizi all’impiego, rendendoli più efficaci, come ha sostenuto recentemente l’economista Carlo dell’Aringa. Nel frattempo , è necessario non abbattersi in nessun caso, sperare sempre e cercare per quanto possibile di allargare gli orizzonti, limitando al massimo le spese necessarie alla ricerca di un nuovo impiego sfruttando ad esempio le molteplici possibilità dell’online.  Più facile a dirsi che a farsi, si dirà;  probabilmente sì, ma il momento storico non è certo dei migliori e rinunciare alla lotta significa automaticamente perdere la guerra.




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