In Italia sei milioni senza lavoro. Le ragioni di chi non lo cerca più

In Italia, sei milioni di persone sono senza lavoro, nonostante le innumerevoli riforme del mercato del lavoro fatte dai vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Considerando che l’intera popolazione consta di circa 60 milioni, è abbastanza intuitivo il fatto che sia il 10% di essa a rientrare nelle varie categorie dei senza reddito, dai nomi altisonanti ma non propriamente positivi: disoccupati, inattivi, scoraggiati.. Tra questi sei milioni, divisi più o meno a metà tra chi cerca un lavoro e chi invece pare vi abbia rinunciato, ci sono giovani e adulti, donne e uomini. Come dicevamo, più o meno Il 50% di loro non ha un lavoro e lo cerca, l’altro 50% è nella stessa situazione ma “evita” di impegnarsi nel cambiarla. Almeno stando ai dati pubblicati dall’Istat.


Ma per quale ragione una fascia così ampia di senza lavoro rinuncia addirittura a priori alla possibilità di trovare una fonte di sostentamento? Provando ad immedesimarci ad esempio in un giovane laureato, la vita lavorativa per costui non appare certo essere tutta rosa e fiori. Anni e anni di studi per poi entrare, molto spesso tra i 25 e i 30 anni, in un mondo che funziona a stage (anche ministeriali) tirocini, contratti a progetto, a termine, di collaborazione, o ancora a partita Iva già di per se difficile da gestire, in un Paese in cui la burocrazia  non è proprio tra le più snelle e la tassazione è un’incombenza costruita su decine e decine di adempimenti. Tale mondo funziona così da anni. E per anni.

Insomma, a parte il fatto che i posti disponibili sono pochi rispetto alla platea di individui a cui sono teoricamente destinati , molte volte i suddetti posti non sono nemmeno troppo desiderabili. Avere una laurea o due, magari pure con un master e sgobbare tra le 8 e le 12 ore al giorno facendo un lavoro che nulla c’entra con quel che si è studiato, per giunta per portare a casa stipendi non sufficienti per costruirsi un futuro (ed a volte nemmeno un presente) non è certo gratificante. E così, chi può e se la sente, se ne va all’estero, gli altri rimangono qui, senza sapere bene che fare e non certo, o comunque non sempre, per colpa loro. E’ vero che scoraggiarsi e rinunciare alla ricerca è il modo “migliore” per non trovare mai più un impiego, è altrettanto vero però, che pensare di perpetrare una sorta di “ricerca permanente” è  psicologicamente insostenibile. La sola espressione “trovare un lavoro” presuppone che ci sia un lavoro, appunto, da trovare, e non che si sia obbligati a cercarlo “per sempre”. Chi si è rassegnato, avrà anche sbagliato, ma è difficile non capire il suo sbaglio.

Se vogliamo fare un altro esempio significativo, dobbiamo necessariamente prendere in considerazione i senza lavoro in età adulta. All’interno di  questa categoria, c’è di tutto. Un “tutto” che, a scanso di equivoci, deve venire inteso come l’intera esistenza di milioni di persone; donne e uomini, con o senza marito o moglie, con o senza figli, con o senza genitori (che possano sostenerli), con o senza amici e parenti che possano dare loro una mano. Dipendenti dei più svariati livelli, liberi professionisti, imprenditori. Over 30, over 40, over 50 e talvolta anche over 60. Lavoratori rimasti appiedati dopo pochi anni dalla loro entrata nel mercato produttivo, oppure a metà del ciclo, o ancora la cui azienda è fallita a pochi mesi/anni dal raggiungimento dell’età della pensione.

Un’esistenza, si diceva, spezzata in due dall’aver perso il lavoro e, per chi ne aveva una, la propria attività assieme ad esso. E’ un’umanità varia, spesso “prestigiosa” quanto silenziosa nel suo piccolo, che quando può si auto-sostiene vicendevolmente e che lotta continuamente per una sopravvivenza non sempre completamente dignitosa. Eppure, anche all’interno di essa c’è chi il lavoro non lo cerca più. Il perché potrebbe essere oscuro a qualcuno, ma in realtà lo è ben poco. Chi si auto-esclude dalla ricerca di un impiego in età adulta lo fa quasi sempre per una sola ragione, la più semplice: è ormai convito che quasi nessuno sarà disponibile a dargli un lavoro, proprio a causa della sua età, giudicata troppo alta (talvolta anche a 30 anni). Ovviamente, non è sempre così, però, non è raro per una donna trentenne sentirsi dire che, dato che è in “età da figli”, “l’azienda non può permettersi di assumerla”; ma una donna non deve mica per forza figliare a raffica a trent’anni, verrebbe da ribattere, né tantomeno deve necessariamente farlo appena dopo un’assunzione (magari pure a tempo determinato) e ammesso che abbia intenzione di farlo. Non è nemmeno raro per un uomo tra i 40 e i 45 anni essere congedato da un qualunque colloquio con un “lei è assolutamente qualificato, ma cerchiamo personale più giovane”. Qui verrebbe da chiedersi perché se questo povero candidato è “assolutamente qualificato”,  l’orientamento sia quello di puntare ugualmente  su “personale più giovane”. E’, almeno, un controsenso.

Per le figure appena prese in considerazione, ma anche per tutte le altre, vale un ulteriore discorso. Ad incidere in maniera incredibilmente pesante sulla volontà o meno di mettersi a cercare lavoro, è anche l’enorme probabilità che questo rimanga, usando una definizione paradossale ma realistica, discontinuo a tempo indeterminato. Le continue e spesso lunghe interruzioni dell’attività lavorativa hanno come conseguenza di breve periodo l’impossibilità di mantenersi autonomamente; ma questo, già grave di per sé, non è nemmeno tutto. Nel lungo periodo infatti, la conseguenza potrebbe essere quella di non poter accedere al trattamento pensionistico completo, a causa del mancato versamento dei contributi necessari., pur avendoli versati comunque per anni.

Certo è che, lavorare, anche a tratti, è comunque meglio che non farlo. Un simile presupposto andrebbe sempre tenuto presente durante il processo decisionale; ma è innegabile che gli effetti di una simile instabilità di vita possano risultare devastanti anche a livello psicologico, “costringendo” la mente ad una chiusura, non del tutto voluta, verso una serie di possibilità reputate non più esistenti. Possibilità che però, ci sono. Saranno scarse, difficili da trovare e confuse con una miriade di illusioni, ma, comunque, ci sono. Esistono ancora aziende che capiscono che formare un giovane e tenerselo non è un costo, ma un investimento prima ed una risorsa poi. Esistono ancora imprenditori che sanno che assumere un over 50 con trent’anni di lavoro alle spalle, non è un atto di pietà verso il lavoratore in questione, ma un’intelligente mossa atta a portare professionalità e competenza all’interno della propria impresa. Queste realtà, contrariamente a quel che si potrebbe pensare, ci sono ancora, bisogna però imporsi di volerle cercare, pur sapendo di dover affrontare tutte le oggettivamente comprensibili difficoltà del caso.

In ogni caso l’argomento non si esaurisce certo qui, e lo spazio per il dibattito sul tema è veramente molto ampio. Chi lo desidera può raccontarci le sue impressioni, condividere le sue esperienze, le sue storie di vita. Anch’esse infatti, fanno parte di quel tipo d’informazione estremamente utile in grado di aiutare persone in situazioni analoghe ad operare scelte più oculate ed esperte.




CATEGORIES
Share This

COMMENTS