In bici senza sella: la sfida alla crisi attraverso cinema e crowdfunding

Precari che lottano ogni giorno senza tregua, ma pensando positivo. Il film indipendente In bici senza sella, finanziato attraverso il crowdfunding, è il loro manifesto generazionale. A realizzarlo è stato un manipolo di talentuosi... e precari.

Siamo precari ma proponiamo soluzioni. È questa l’idea alla base del film In bici senza sella, che racconta in sette, ironici episodi, scritti da dodici sceneggiatori e diretti da otto registi esordienti, l’esperienza di una generazione alle prese con il lavoro precario e la disoccupazione, la crisi dell’individuo e il suo incidere sulla coppia, l’iperqualificazione ma anche la voglia di rimboccarsi le maniche. Alessandro Giuggioli, attore e produttore, trapiantato a Londra e poi tornato in Italia, racconta perché, una generazione in bici senza sella, costretta a pedalare senza sosta e senza la possibilità di tregua, può vincere la sfida della crisi. E racconta com’è nato un progetto, collettivo in ogni senso e anche un manifesto generazionale, realizzato interamente grazie a contributi raccolti con il crowdfunding.in-bici-senza-sella


Cos’è In bici senza sella?
Un film sul precariato che rifiuta di piangersi addosso, nato da un’idea considerata a prima vista folle e che, nella fase iniziale, ci ha fatto spesso sbattere la testa contro un muro: contro le istituzioni, contro la distribuzione e contro gli altri produttori, che sostenevano che il progetto piaceva, ma chiedevano anche di inserire almeno un attore o un regista di grido. Ci veniva chiesto perché volessimo realizzare un progetto “da suicidio”, fatto solo da esordienti. Quando ho iniziato a lavorare a In bici senza sella, al contrario, mi ci sono incaponito perché, in un paese dove non funziona niente, questo film avrebbe potuto essere una chance, per dare una speranza a registi e attori sconosciuti.

Un progetto che ha ottenuto un forte riconoscimento mediatico…
Non ci aspettavamo l’attenzione che ci è stata data dai media. Non abbiamo addetti stampa e nessuno di noi ha mai lavorato come giornalista nella propria vita. Prima di cominciare ci era stato caldamente suggerito di rivolgerci a un ufficio stampa esterno, perché altrimenti non saremmo comparsi neanche nei trafiletti dei giornali di provincia. In realtà, a partire dal giorno dopo avere intrapreso il crowdfunding, abbiamo cominciato a ricevere telefonate da testate italiane e internazionali. È stata un’enorme soddisfazione.

Qual è stata la genesi del progetto? Quanto ha a che fare con la tua storia?
All’età di 27 anni sono partito per Londra, dove sono rimasto per tre anni e dove ho preso parte a diverse produzioni, anche importanti e con registi da premio Oscar. Poi, però, ho deciso di tornare in Italia, con tutte le preoccupazioni del caso. Sono tornato nel 2011, quando il paese era in piena crisi ed ero preoccupatissimo. Ho iniziato a scrivere soggetti di cortometraggi e a mandarli un po’ in giro, finché un giorno sono stato contattato da Enzo Giuglioli, produttore romano e insegnante presso un centro sperimentale e che mi ha detto di volermi parlare del mio corto. Inizialmente pensavo che volesse produrlo ma, in realtà, voleva solo fare due chiacchiere. E, durante questa chiacchierata, mi ha detto: <<Sei un ragazzo sveglio, sei stato all’estero: ti andrebbe di imparare il mestiere di produttore? Avresti me come insegnante: vieni qua in ufficio e io t’insegno>>. Sono trascorsi due anni e mezzo e adesso faccio il produttore e sono socio di questa società, la Tandem Film.in-bici-senza-sella

Come appare il mondo della produzione, visto dall’interno?
Appena entrato nel dorato mondo della produzione, mi sono reso conto che così dorato non è, e che realizzare un film in questo paese implica tempi biblici e risorse difficili da reperire. Queste risorse, peraltro, vengono quasi sempre accaparrate dagli stessi e le produzioni indipendenti si trovano a barcamenarsi con budget irrisori e con progetti impossibili da realizzare, a meno che non si metta in campo il grande attore o il regista famoso. Allo stesso tempo, però, mi rendevo conto del fatto che la presenza di artisti celebri non coincideva per forza con un successo al botteghino; al contrario molti film, che costavano sei o sette milioni di euro – proprio per il compenso a questi attori e registi – ne incassavano cinque. Era un bagno di sangue e si perdevano tanti soldi.

Nel frattempo, a causa del mio mestiere di attore avevo conosciuto tanti ragazzi, tutti talentuosi, sia attori che registi e tutti alle prese con le domande da inviare al Ministero per finanziare i propri film… Finché una mattina, dopo avere visto Signore e signori, buonanotte (Op. collettiva, 1976) sono arrivato in ufficio e ho proposto a Vittoria Brandi, la mia collaboratrice, di realizzare un film a episodi, con tutti gli attori e i registi che conoscevamo, talentuosi ma che non avevano ancora avuto una chance. Abbiamo chiamato a raccolta venticinque persone: registi, attori e sceneggiatori che ci guardavano con gli occhi sbarrati, come per dire <<Siete impazziti? Siete sicuri?>>.

L’idea di realizzare un film sul precariato nasce, quindi, da un’esperienza personale?
Volevamo realizzare un film che raccontasse la nostra generazione e noi siamo tutti precari, innanzitutto per un dato di fatto: lavoriamo nello spettacolo, il mondo del precariato per definizione. Spesso lavoriamo senza contratto, facciamo lavoretti estivi, arrotondiamo facendo i camerieri, facciamo collette per pagare la bolletta. Anche chi lavora in realtà più grandi spesso non è soddisfatto, eppure questi lavori servono per sopravvivere. Ecco perché ci siamo proposti di raccontare il precariato senza piangerci addosso, senza raccontare il dramma e senza fare piangere la gente: già si sente parlare di precariato tutti i giorni; se, in più, avessimo realizzato un film doloroso, noi per primi non saremmo andati a vederlo. Volevamo trovare un modo per proporre soluzioni facendo ridere, e quindi raccontando situazioni assurde e grottesche, anche irrealizzabili e folli, ma che dicessero alle persone di non arrendersi.

Ciò che caratterizza noi italiani è la fantasia: ecco perché penso che un modo per andare avanti lo troveremo! Troviamole queste soluzioni e non abbattiamoci! Anzi, combattiamo e proviamo a fare gruppo, in un paese dove si marcia da soli e dove, se questo progetto non lo faccio io, non lo deve fare nessun altro. Al contrario! Decido di condividere questo progetto con altre venticinque persone. Realizziamo un gruppo e, visto che siamo tanti, vediamo dove riusciamo ad arrivare! Quindi, la scelta su cui si fonda questo progetto è stata inizialmente imposta, ma anche condivisa da tutti, perché tutti credevamo che il vero goal di questo film fosse la novità del progetto: un film a episodi – è da tanto che, in Italia, non si gira un film a episodi di un certo tipo – con volti sconosciuti; perché non è detto che se un artista non è conosciuto non è neanche bravo. Al contrario, delle facce sconosciute hanno proprio lo scopo di fare immedesimare la generazione dei ragazzi di cui racconta il film, perché non è l’attore famoso che interpreta il precario: è il precario che interpreta se stesso.

Il film dà spazio a registi e attori non famosi: una scelta dettata dalla volontà di annullare la distanza fra cinema e realtà?
Sì, l’intento è quello di annullare la distanza fra spettatore e film. Per il cinema all’estero si tratta di un dato di fatto e registi come Ken Loach fanno esordire volti sconosciuti nei propri film perché, si sa, ci si immedesima di più nel personaggio che non si conosce, lo si vive veramente. In bici senza sella non è un documentario eppure, vedere volti sconosciuti fa pensare inevitabilmente alla vita reale.

Qual è l’idea che volete veicolare attraverso il film?
Il messaggio che il progetto vuole trasmettere è: rimaniamo insieme, non ve ne andate. Facciamo squadra e chi è andato fuori e ha la possibilità e la voglia torni, perché c’è la chance di riprenderlo, questo paese! Abbiamo tanto da ricostruire e tanto materiale grezzo su cui costruire, ma l’impresa è realizzabile. In Italia abbiamo l’agricoltura, l’impresa, il terziario, le bellezze artistiche e architettoniche… Potrei nominarle una dopo l’altra e la lista sarebbe lunghissima. Abbiamo tante cose da cui ripartire, non abbandonateci. E, anzi, ripartiamo insieme, perché sicuramente ci riprenderemo. Certo, sappiamo che non sarà possibile tornare alla situazione pre-crisi – e questo è il messaggio che viene veicolato anche attraverso il film – ma ciò che chiediamo alle istituzioni sono solo gli strumenti fondamentali: uno su tutti, la meritocrazia, l’accesso ai crediti dello stato per tutti; perché i fondi statali vengono erogati solo a certi enti o a certe produzioni, mentre gli altri rimangono a bocca asciutta?

In fondo, se c’è un bando tutti devono poter partecipare con le stesse chance di vincerlo. Che ci ridiano gli strumenti per tirarci su, e se ci danno quegli strumenti non avremo bisogno di tante nuove leggi. Ne siamo convinti, perché noi italiani abbiamo la forza, la fantasia, la voglia di fare e siamo veramente capaci di andare oltre e di superare questo momento. L’idea del film, infatti, deriva da un saggio di Edgar Morin, La via. Per l’avvenire dell’umanità secondo il quale per prima cosa si deve riconoscere la realtà, poi la si deve accettare e, infine, mettere in atto una metamorfosi, trasformarsi. I sette episodi di In bici senza sella sono suddivisi più o meno secondo quest’ordine: riconoscimento, accettazione e metamorfosi.

Perché hai deciso di tornare in Italia?
Ho deciso di tornare in Italia perché amo questo paese. Lo amo follemente e ancora oggi, nonostante le frustrazioni e le disperazioni; amo l’Italia e gli italiani, le persone e quello che sta loro intorno e non mi andava di costruire il mio futuro da un’altra parte. Se davvero siamo persone di talento, diamo questo talento al nostro paese.

Il tuo messaggio personale, quindi, è in linea con quello del film?
Assolutamente sì. Se continuiamo a sprecare il nostro tempo alla ricerca di un colpevole e puntando il dito contro politica e imprenditoria non otterremo nulla, perché una voce sola vale pochissimo. Piuttosto, mettiamoci insieme e diamoci da fare: da qualche parte si arriverà. Se siamo davvero più bravi di chi ci governa, questo talento verrà fuori; anche se sarà necessario del tempo. Quando mi è stato chiesto perché sono tornato in Italia ho risposto con una metafora: si dice che in Italia stiano tutti seduti: forse, se qualcuno si alzerà in piedi la gente se ne accorgerà.

Cosa consiglieresti all’artista che decide di tornare in Italia?
Di contattarci, perché faremo gruppo e qualcosa, insieme, si riuscirà a fare; e di non combattere guerre da solo, perché non è così che le si vince.

Come nasce l’idea del crowdfunding?
L’idea nasce dopo tante batoste e dopo tanti no: per via del cast sconosciuto e dei registi “opera prima”. Avevamo proiettato due episodi del film durante alcuni festival italiani per testarne l’accoglienza e gli scrosci di applausi che hanno seguito tutte le proiezioni ci hanno dimostrato che il film vale e che questo è un dato di fatto; eppure non sapevamo ancora come finanziare il progetto. L’idea del crowdfunding è poco nota in Italia; ma l’idea di fare un film che fosse un manifesto generazionale e quindi realizzato da un gruppo di persone sconosciute che ricevono i finanziamenti da parte di altrettanti sconosciuti sembrava essere la ciliegina sulla torta.

Da cosa nasce l’idea di un riferimento all’indimenticabile cult movie di Walter Hill, I guerrieri della notte?
Volevamo dedicare un episodio alla guerra fra poveri, che questo paese sta vivendo e due fra i registi che prendono parte al progetto, Sole Tonnini e Gianluca Mangiasciutti hanno avuto l’idea di citare il film I guerrieri della notte (Hill, 1979), che racconta la lotta fra bande di poveracci a New York: perché non trasporre questa lotta – ci siamo detti – ai precari, ai cassintegrati, ai lavoratori non in regola? Questo episodio, che dura circa dieci minuti, è stato girato in una notte e ricalca quasi le stesse inquadrature de I guerrieri della notte. L’episodio è un piccolo gioiellino, di cui siamo molto soddisfatti.

Cosa c’è di autobiografico e cosa c’è di personale nel progetto?
Tutto e niente. Il progetto riunisce in tutto dodici autori e, in un modo o nell’altro, abbiamo vissuto tutti le esperienze di cui parliamo all’interno del film: il licenziamento, il sentirsi dire che si è troppo preparati, il fatto di rimanere chiusi fuori casa perché c’è stato lo sfratto o di trovare l’elettricità staccata perché non si è pagata la bolletta. Abbiamo vissuto anche la crisi dell’individuo, conseguenza della crisi economica e che spesso si trasforma in crisi di coppia. Abbiamo cercato di raccontare tutte queste cose, perché le abbiamo vissute tutte sulla nostra pelle. Non c’è nulla di specificamente autobiografico per uno in particolare di noi ma, al tempo stesso, tutto è autobiografico. Ecco perché, consideriamo questo film un manifesto generazionale.

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Sono molte le persone che fanno parte della tua stessa generazione e che rimangono disoccupate, magari dopo essere state precarie. Come vedi la scelta di aprire un’impresa individuale, nell’ottica di portare a casa uno stipendio? È un azzardo? L’unica speranza? Un segno positivo d’intraprendenza e di voglia di non arrendersi?
Non credo che tutti possano fare gli imprenditori: non è facile e non basta avere una buona idea. Bisogna sapere condurre un’azienda, gestire altre presone e avere una leadership, ma anche dimestichezza con la burocrazia, che in questo paese tende a schiacciare. Ma penso anche che, se si ha una certa idea e se si pensa che quest’idea vale, si debba per forza imboccare quella strada. Questa è senza dubbio una cosa positiva, che dovrebbero intraprendere tante persone in più. Aprire una società in Italia, però, non è una cosa facile; durante il governo Monti era stata varata una legge che permetteva di aprire una società con un euro; ma questa cifra non permette di accedere neanche ai bandi pubblici, italiani ed europei, che fissano il capitale sociale minimo a 10.000 euro, se non a 30.000. Non è una somma facile da racimolare.

Qual è la condizione del mercato del lavoro nel settore del cinema?
È drammatica, ma come molti altri settori. Abbiamo vissuto anni di grandissima gloria cinematografica, finita poi prima che io nascessi (nel 1981, ndr.). Quel grande cinema, però, era nato attraverso leggi ad hoc, finalizzate a creare un’industria cinematografica italiana; lo stato sovvenzionava le opere prime fino all’80% del budget e, in ogni caso, metteva a disposizione più soldi: perché ce n’erano di più, o almeno così sembrava. Oggi, quelle risorse sono finite e quindi, soprattutto nel caso delle opere prime e seconde, esiste una forte difficoltà ad arrivare nelle sale cinematografiche; questa difficoltà è legata a trovare una casa di distribuzione, ma anche alla speranza che, durante quella stessa settimana, non sia uscito The Avengers (Whedon, 2012), altrimenti il film sarà visto da pochi e sarà destinato, già una settimana dopo, a non essere più presente nelle sale.

La crisi è enorme: lavorano in pochi e si è sottopagati rispetto ad alcuni anni fa. Per il mio primo film, Nativity story (Hardwicke, 2006), guadagnavo mille euro al giorno e non mi sembrava neanche vero. Dieci anni dopo, sono arrivato a guadagnare duecentocinquanta euro al giorno: potrebbero apparire tante, ma bisogna considerare il fatto, che un attore lavora cinque giorni e poi non lavora per due, tre o anche sei mesi. Le paghe sono ridotte all’osso, tendono tutti a pagare il minimo sindacale. Al tempo stesso, però, esiste un piccolo contraltare, dato dal fatto che il materiale tecnico e per girare costa molto meno che in passato. Non dico che si possa girare un intero film con l’Iphone ma quasi. La a Canon 5D ha permesso di realizzare spezzoni di Doctor House e alcune scene di The Advangers. Costa 1500 euro; una cinepresa costava decine di volte di più. Inoltre queste nuove telecamere grazie a dei sensori molto sensibili consentono di girare quasi senza luci artificiali e, infine, permettono di abbattere il costo della pellicola. Insomma, esistono aspetti, grazie ai quali è possibile realizzare un film con poche risorse, molte meno rispetto a un tempo. Quindi, se da una parte viviamo una profonda crisi, dall’altra esiste uno sviluppo tecnologico forte; e, se è vero che dalle crisi nascono le idee, queste potranno essere concretizzate con costi inferiori.

Il vostro progetto, che abbina i costi bassi delle tecnologie alla scelta del crowdfunding, parla anche di redistribuzione democratica della cultura cinematografica?
Sarebbe necessario varare leggi serie e fare cambi al vertice, ma questa potrebbe essere senz’altro una prima partenza.

Come nasce l’idea del titolo?
Per caso. Il primissimo titolo del progetto è stato I precari che, però, ci sembrava autocommiserante: non volevamo proporre al pubblico un film avvilente e pensavamo che quel titolo non avrebbe convinto neanche noi ad andare a guardare il film. Il titolo scelto immediatamente dopo è stato #noccupy, con riferimento al movimento Occupy Wall Street, che aveva una forte risonanza in quegli stessi anni; ma neanche questo titolo ci convinceva a fondo. Finché un giorno, mentre eravamo in riunione, Enzo Giuglioli mi ha preso da parte e mi ha chiesto cosa significasse, secondo me, essere precari in Italia; e dovendo raffigurare questo concetto con un’immagine, ho pensato ad andare in bici senza sella: senza la sella si rimane in piedi, a spingere sui pedali per completare la salita, ma non ci si potrà rilassare, perché sedersi farebbe troppo male. Si deve pedalare sempre e con tutte le proprie forze. In bici senza sella ci è sembrato un titolo adatto e quella stessa sera, tornato a casa, scoprivo che un atleta italiano era arrivato secondo a una gara di mountain bike, proprio su una bici senza sella. Sembrava che il destino avesse scelto il titolo per noi.

Quali sono le categorie di persone che vanno in bici senza sella?
Non solo i giovani, come inizialmente ero spinto a credere. In bici senza sella vanno i precari, i pensionati, gli esodati ma anche tutti quelli che non si sono ancora affacciati al mondo del lavoro e che non sanno ancora cosa vi troveranno. Tutto questo è molto drammatico, così come è drammatico l’allargamento della forbice sociale; non esiste più la media borghesia: chi stava bene sta meglio, chi stava benino sta male e chi stava male ora sta malissimo. La via di mezzo è stata cancellata. Molti fra i ragazzi che fanno parte del progetto provengono da famiglie, magari non agiate, ma neanche preoccupate per il quotidiano. Adesso, invece, ci si cruccia per la bolletta o per la multa. Cinquanta euro sono diventate tante.

Cosa consiglieresti a chi, in questo momento e in Italia, va in bici senza sella?
Direi loro che usciremo da questa crisi. Non sarà facile e bisognerà lottare ancora un po’, ma sarà possibile farlo. Sarà necessario, però, rimboccarsi le maniche e smettere di cercare un colpevole, perché non ha senso sprecare le proprie energie in questo modo. Il mio consiglio è fare gruppo. Solo così, creando un mosaico, potremo uscire da questa situazione.



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