Imprese straniere: è boom di quelle cinesi

A cambiare il volto dell'offerta commerciale delle nostre città sono spesso le imprese straniere. Soprattutto quelle cinesi che, dal 2009 al 2014, sono aumentate del 39,2%

Nell’Italia che continua a fare i conti con la crisi, a dimostrare una buona vocazione imprenditoriale sono stati i cittadini stranieri. Come certificato dall’ultima indagine condotta dalla Cgia di Mestre, infatti, tra il 2013 e il 2014, l’imprenditoria straniera in Italia (ossia il numero di attività economiche gestite da cittadini non italiani) è aumentata del 4,1% raggiungendo quota 733.500.


E a tradire una grande “intraprendenza” sono stati i cinesi – a cui la Cgia ha, infatti, voluto dedicare un approfondimento – che , tra il 2013 e il 2014, hanno fatto registrare un aumento del 5,1%, con quasi 69.500 imprese all’attivo in Italia. Ma non si è trattato della crescita percentuale più importante. Anzi: dal 2013 al 2014, è stato il Bangladesh a far segnare l’aumento più vistoso, con un +19% che ha portato a 34.100 il numero delle imprese guidate nel Bel Paese. E sono cresciuti molto anche gli imprenditori nigeriani la cui quota, tra il 2009 e il 2014, è aumentata del 59,4%  (un vero e proprio exploit) e, tra il 2013 e il 2014, del 12,4% per un totale di 12.071 attività.

In termini assoluti, è invece il Marocco a vantare il maggior numero di imprese attive in Italia (74.520), seguito dalla Romania (70.104) e dalla già citata Cina (69.401).

“La storia ci insegna che da sempre i cinesi hanno manifestato una spiccata propensione all‘autoimprenditorialitàha osservato Paolo Zabeo della Cgia – Verso la metà degli anni ’80, hanno cominciato a conquistare il nostro mercato domestico del tessile, della calzatura e della pelletteria. Ora, una parte dei pubblici esercizi, dei piccoli negozi commerciali e delle attività legate alla cura della persona sono guidate da cittadini cinesi che praticano una concorrenza fortissima nei confronti degli operatori italiani. Questi ultimi, sfiancati dalla crisi, stanno progressivamente gettando la spugna, lasciando sempre più spazio ad attività straniere che stanno cambiando completamente il volto dell’offerta commerciale delle nostre città”.

E infatti: dal 2009 al 2014, la percentuale di imprese cinesi in Italia è aumentata del 39,2%, contro la media del 22,5% che comprende tutti gli altri stranieri residenti nel nostro Paese. Con risultati particolarmente gratificanti nel settore del commercio (che conta 24.570 attività), in quello del manifatturiero (soprattutto tessile, dell’abbigliamento e delle calzature, con 18.459 attività) e della ristorazione, degli alberghi e dei bar (con quasi 14.800 attività). Ma a crescere moltissimo, tra il 2013 e il 2014, è stata anche l’offerta cinese nel campo dei servizi alla persona, che ha fatto lievitare del 22,4% la percentuale di parrucchierie, centri estetici e centri massaggi gestiti da nativi del Paese del Dragone.

E veniamo alla distribuzione geografica: i cinesi con spiccate capacità imprenditoriali sembrano aver preferito il Nord. Tra la Lombardia (che conta ben 15.252 attività), la Toscana (12.310), il Veneto (8.367) e l’Emilia Romagna (6.960), nel Settentrione si concentra, infatti, il 61% del totale delle imprese guidate da cinesi. I quali – sia detto, per inciso – non sono riusciti a scansare del tutto i contraccolpi della crisi. Se, infatti, nel 2012, riuscivano a inviare in Cina 2,67 miliardi di euro, nel 2013 sono riusciti a mandarne 1,10 miliardi e nel 2014 “solo” 820 milioni. Con una flessione delle rimesse stimata al 69,4%.




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