Immigrati: l’impresa come soluzione occupazionale

L’impresa è uno strumento fortissimo di promozione e di unione sociale e lo è ancora di più quando a esserne protagonisti sono dei cittadini immigrati, venuti qua per lavorare e mettere a frutto le proprie abilità nel rispetto delle regole. A questi piccoli imprenditori non deve far mancare l’appoggio indispensabile delle istituzioni, perché con le loro iniziative possono dare un contributo importante all’affermazione di un modello d’integrazione italiano, centrato sul valore del territorio e della piccola impresa.

Il settore del lavoro dipendente per gli immigrati presenta molti aspetti problematici, sia per quanto riguarda la continuità del rapporto che il riconoscimento delle qualifiche e la conseguente gratificazione. Sono queste le ragioni per cui molti immigrati preferiscono “il lavoro autonomo” all’occupazione, diventando imprenditori. Alcuni riprendono le esperienze già fatte nei paesi di origine; mentre per altri si tratta di una scelta innovativa e frutto d’intraprendenza, maturata a contatto con il contesto italiano. Il commercio al dettaglio appartiene sempre più agli stranieri.

Nel solo 2010, il numero delle ditte individuali con titolare extracomunitario in questo settore è aumentato di 10.445 unità, mentre quello dei negozi intestati a cittadini italiani è sceso di oltre duemila.

Il saldo del comparto è stato dunque salvato dagli stranieri, con un’incidenza del 125% sul totale delle nuove imprese. Un sorpasso che trova riscontro anche nell’artigianato e in particolare nella lavorazione di prodotti in metallo. Anche il segmento delle costruzioni, che ha vissuto in questi anni un vero e proprio boom.

Come interpretare questa spinta dinamica dell’imprenditoria immigrata?

Sono diverse le motivazioni del fenomeno. In primo luogo bisogna considerare l’innata vocazione imprenditoriale di persone costrette a lasciare il proprio Paese di origine, al secondo posto c’è la voglia di autonomia personale e, in molti casi, di emergere da quelle mansioni di basso livello, che altrimenti vedrebbero impiegati i lavoratori extracomunitari.

E’ da tenere in considerazione inoltre che questo impulso è stato accelerato da svariati provvedimenti, quali la legge sulla liberalizzazione del commercio, le sanatorie e le disposizioni sulla conversione dei permessi di soggiorno, che in futuro non potranno provocare un effetto altrettanto marcato, se non interverranno con ulteriori innovazioni normative, al momento non prevedibili.

Nelle attività che richiedono una disponibilità di capitali tutto sommato modesta e un livello tecnico-organizzativo abbastanza semplice gli stranieri sono più decisi degli italiani a vestire i panni degli imprenditori.

Si tratta di una cultura imprenditoriale fondata sulla piccola e piccolissima azienda, che rappresenta un modo di esprimere la creatività a partire dal basso, attraverso la ricerca del benessere individuale nel mercato. In questo modo molti immigrati hanno dato vita a un tessuto di tanti fili, che insieme fanno da sostegno alle comunità locali, favorendo l’integrazione, creano lavoro attraverso un associazionismo diffuso e solidale.

A far da padroni sono cittadini egiziani, cinesi e marocchini, con quasi 5mila imprese avviate per ciascun Paese di provenienza e con le prime due popolazioni che sono forti soprattutto nel settore della ristorazione e delle attività commerciali, mentre gli altri prediligono il settore edile.

L’età media dei titolari, quasi esclusivamente uomini sono compresa nella fascia tra i 25 e i 45 anni. La ditta individuale rappresenta la quasi totalità delle scelte praticate. Gli immigrati sempre più protagonisti nelle cooperative. Dopo essersi inseriti come dipendenti o soci in quelle già esistenti, ne creano sempre più spesso di nuove, dimostrando una fantasia e una capacità d’innovazione che potrebbero diventare d’esempio per molti italiani.

Non esiste un censimento dei lavoratori extracomunitari delle cooperative italiane, ma alcune indagini settoriali di Lega Coop e Confcooperative danno un’idea della dimensione del fenomeno.

Se la presenza d’immigrati nelle cooperative sociali incide circa per il 10%, la percentuale sale al 15% in quelle dei servizi, per arrivare al 25% nell’agroalimentare. In questo settore si supera addirittura la soglia del 50% se si restringe l’indagine alla raccolta di frutta e ortaggi e all’allevamento.

Non bisogna dimenticare, che gli immigrati rispetto ai cittadini italiani per essere protagonisti d’iniziative imprenditoriali, presentano maggiori difficoltà. Le pratiche amministrative, già di per sé onerose per gli italiani, per gli immigrati risultano più complesse non solo perché non sono conosciute ma spesso anche perché sono regolate da normative complicate. Inoltre, è’ meno nutrita la rete di conoscenze, che di per sé fa da supporto a questa scelta. Tra le difficoltà più grosse si annovera il problema di accesso al credito.

Il sistema bancario è meno accessibile perché chiede garanzie che gli immigrati possono fornire con maggiori difficoltà, come ad esempio per quanto riguarda l’esibizione della busta paga, la rilevanza delle mansioni ricoperte, il contratto di affitto e la garanzia del soggiorno. Anche le iniziative formative e di assistenza professionale sono ritenute insoddisfacenti dagli immigrati.

La collaborazione tra il “Dossier Statistico Immigrazione” e la CNA, oltre a prevedere l’approfondimento e la diffusione dei dati statistici, intende richiamare l’attenzione sulle opportunità imprenditoriali che si possono dischiudere per gli immigrati e sulle strutture che le possono sostenere. E’ stato siglato per tale motivo l’accordo CNA-Caritas che consentirà di migliorare le richieste di sensibilizzazione e far conoscere i servizi che la CNA mette a disposizione, attraverso “Crea Impresa”, “CNA in Proprio” e i servizi di patronato.

Dal punto di vista territoriale in Italia la Toscana si conferma terra di elezione per l’imprenditoria immigrata che, nella tradizione manifatturiera e artigianale della regione trova un favorevole humus per un insediamento diffuso.

Oltre alla Toscana, anche la Lombardia, la Liguria e l’Emilia Romagna fanno registrare una presenza d’imprese d’immigrati superiore al 10%.

Il serbatoio principale dell’imprenditoria immigrata in Italia è l’Africa, con il Marocco (49.834 titolari d’impresa) a fare da capofila; seguono i cittadini senegalesi (13.597), i tunisini (11.136), gli egiziani (10.408) e i nigeriani (5.824).

Anche l’imprenditoria cinese Italia ha quasi raggiunto quote cinquantamila (precisamente 49.854) e le loro attività si concentrano principalmente in Lombardia, Toscana, Veneto ed Emilia Romagna.

Dal 2002 al 2010 la loro presenza, lungo la nostra penisola, è cresciuta del 131,1%. I piccoli negozi e i ristoranti e sono i settori dove sono più presenti: segue il manifatturiero e in particolare il tessile, l’abbigliamento, la pelletteria e le calzature.

Infine un elemento da considerare e sui cui riflettere riguarda i dati rilevati nel secondo trimestre del 2010 in Italia, da cui è emerso che ad eccezione di alcuni ambiti come quello dei trasporti, del magazzinaggio, delle comunicazioni e dell’istruzione, in tutti i settori di attività si è riscontrato un forte aumento d’imprese con titolari immigrati.

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