Il dipendente che si “fa le canne” anche fuori dal lavoro può essere licenziato

Una sentenza della Cassazione rischia di apportare profili valutativi molto interessanti in merito al licenziamento per giusta causa se un dipendente di un’azienda viene colto in possesso di sostanze stupefacenti, anche al di fuori dai locali dell’impresa. Ma cerchiamo di comprendere nel maggior dettaglio quanto accaduto in primo, secondo e terzo grado, e quali sono state le ragioni che hanno portato la Sezione Lavoro della Suprema Corte a emettere una pronuncia parzialmente innovativa.

Tutto inizia quando Mario C., un dipendente di una filiale sarda della Unicredit Banca, inquadrato tra le aree professionali, è stato trovato in possesso di significativi quantitativi di hashish e di marijuana da parte delle forze dell’ordine. Un episodio avvenuto fuori dai locali aziendali, senza che – tra l’altro – il dipendente potesse essere ritenuto responsabile di spaccio di stupefacenti. I veri problemi, per Mario, iniziano quando la notizia assume risalto mediatico, con pubblicazione dell’informativa sulla stampa locale. In seguito a tale evento, la banca procede a licenziare in tronco il proprio dipendente, il quale impugna prontamente il provvedimento dinanzi al Tribunale di Cagliari, che ne rigetta il ricorso.


Il dipendente prosegue la sua strada anche in secondo grado, e proprio in Corte d’Appello riesce a ottenere la rivisitazione della decisione di primo grado, considerato – sostiene il giudice – che l’uso di sostanze stupefacenti al di fuori del rapporto di lavoro non può incidere sul vincolo fiduciario che intercorre tra la banca e il suo dipendente. La ragione risiede nel fatto che, attraverso il licenziamento, l’istituto di credito non avrebbe posto la giusta considerazione sul minor disvalore (giuridico e sociale) relativo alla condotta di detenzione di sostanze stupefacenti rispetto allo spaccio, che l’utilizzo di hashish e marijuana non comporterebbe rischi di assuefazione, e non determinerebbe la modificazione della personalità, con costo modesto (di qui, l’inesistenza di pericoli per l’istituto di credito, anche dal punto di vista della salvaguardia dell’immagine).

Ancora, in termini perfino più chiari, la Corte d’Appello ha dichiarato che l’episodio che ha visto coinvolto Mario C. sarebbe attinente esclusivamente alla sua sfera privata, considerando altresì che il fatto è accaduto in piena estate, in zona di mare, la notte tra il sabato e la domenica, generando un contesto che nella sua materialità non è certamente più grave del dipendente che nello stesso momento viene trovato ubriaco.

Le parti sono quindi finite in Cassazione, a causa del ricorso della banca, volto a censurare la decisione della Corte d’Appello di Cagliari per vizi di motivazione e di violazione di legge. Con la sentenza n. 6498 del 26 aprile 2012, la Cassazione Sezione Lavoro ha accolto il ricorso, precisando come il licenziamento per giusta causa sia sostanzialmente un principio generale, da specificare in maniera puntuale sui casi concreti. In particolare, la Suprema Corte ha affermato che la sentenza della Corte d’Appello di Cagliari si articolerebbe in una valutazione non adeguatamente motivata, e neppure coerente sul piano logico, oltre a non essere rispettosa dei principali criteri giuridici “elastici”. Le considerazioni della Corte d’Appello, in ordine agli effetti delle sostanze stupefacenti, anche in relazione agli effetti delle sostanze alcoliche, alle condizioni di tempo e di luogo, ai riflessi sociali, non sarebbero fondate su prove e non possono essere ricondotte ai canoni giuridici delle massime di esperienza, delle quali il giudice dovrebbe tener conto nell’osservazione dei fenomeni. Stabilito ciò, la Corte di Cassazione ha rinviato alla Corte d’Appello di Cagliari, per un nuovo esame in diversa composizione, la disputa.

Una sentenza che farà discutere, e che rischia di aprire un nuovo capitolo nell’intricata materia dei licenziamenti per giustificati motivi.



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