Il capo ha sbagliato: cosa fare?

Partire spediti alla volta del suo ufficio e affrontarlo o far finta di nulla e ignorare l'accaduto?Ecco cosa fare se il capo ha sbagliato

Può succedere e succede: il capo ha sbagliato e ne siamo assolutamente sicuri al 100%. Cosa fare? Come gestire la situazione? Se sappiamo che questo errore (seppur involontario) pregiudicherà i rapporti con il miglior cliente dell’azienda o causerà non pochi problemi al collega della porta accanto, qual è il comportamento giusto da adottare?


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E ancora: meglio affrontare tutta la vicenda da soli o cercare la complicità dei colleghi?

Parlare o non parlare, cosa fare se il capo ha sbagliato

Il dubbio è amletico, possiamo dirlo senza correre il rischio di esagerare. Quanti sarebbero disposti a partire spediti nell’ufficio del boss, metterlo davanti all’errore, esporlo al rischio di richiami dalla direzione generale o a conseguenze anche più gravi? Ma se il capo ha sbagliato, non è semplice neppure far finta di nulla e ignorare l’accaduto, non rivelando a nessuno di esserne a conoscenza e lasciando magari che il collega subisca a torto grandi danni alla carriera lavorativa o che il fatturato aziendale abbia un forte contraccolpo dalla perdita del miglior committente.

In entrambe le ipotesi, la prima considerazione che balza alla mente è: siamo in un  periodo di crisi economica e di instabilità lavorativa, non esponiamoci a rischi “inutili”. Dunque, nel primo caso il capo può indispettirsi e in maniera conscia o inconscia serbare del rancore nei miei confronti; nel secondo caso, se l’azienda comincia a perdere clienti (e credibilità), il mio stesso posto di lavoro è a rischio. E allora?

Assodato che il capo ha sbagliato, bisogna orientarsi verso la decisione più giusta da prendere. Si può cominciare da una reale e obiettiva valutazione del tipo di dirigente con cui abbiamo a che fare (e del suo carattere). Partendo da alcune considerazioni comuni alla maggior parte dei boss:

1. Ogni capo ha un proprio ego, come tutti del resto. Ma il capo un po’ di più, sia per i successi raggiunti che per le difficoltà che il suo ruolo comporta (e che deve affrontare e superare ogni giorno).

2. Il capo non è un robot, è un essere umano e come tale può sbagliare e sbaglia.

3. Più cose si fanno e si gestiscono e più aumentano le probabilità di sbagliare. È una legge naturale, se si sta senza far nulla tutto il tempo non è possibile commettere chissà quali errori. Per questo è bene guardare benevolmente a tutto ciò che funziona e non puntare il dito verso l’unica cosa andata storta. A meno che appunto le conseguenze non siano disastrose.

4. Anche se il capo ha sbagliato, cercate il modo e il tempo adatto per dirglielo: i boss odiano le rivelazioni “bomba”, meno che mai se fatte in pubblico.

Tenendo ben in mente questo tipo di osservazioni, si può passare alla valutazione del carattere del boss. E grosso modo esistono solo due macro-categorie (e comunque quelle più interessanti ai fini di questo ragionamento): il bravo dirigente e il cattivo dirigente.

Un bravo capo di solito ha anche una forte empatia verso i propri dipendenti e spesso un rapporto quasi amichevole. È affabile e pronto al confronto, non dovrebbe essere complicato esporgli in modo molto discreto ed educato il tipo di problema a cui l’azienda va incontro se non torna indietro sui suoi passi per rimediare all’errore. Un bravo manager che ha saputo circondarsi di validi collaboratori sa anche che il bene dell’azienda non consiste nel far eseguire ciecamente degli ordini ma fare di tutto affinché i vantaggi siano sempre maggiori e i risultati sempre più positivi (anche a costo di qualche critica).

Il bad boss è di certo il peggiore con cui trattare e decidere di andare a parlargli occhi negli occhi, è quasi impensabile (e comprensibile). “Il capo ha sbagliato” è una frase che non rientra nel suo vocabolario ma tacere non è la soluzione migliore, mai. Da un punto di vista personale, per continuare ad avere stima di sé, per essere orgogliosi del proprio modo di essere, perché si tiene al proprio lavoro e si crede in alcuni valori fondamentali e non negoziabili. Dal punto di vista professionale, perché lavorare non vuol dire non poter esprimere più la propria opinione o agire alla stregua di un “numero” nella lista del personale e non più come persona attiva e pensante. Soprattutto perché un errore di tale entità non potrà che generare una catena di difficoltà e problemi da cui nessuno potrà ritenersi escluso. Se il capo ha sbagliato e in più è un pessimo dirigente, allora è consigliabile non presentarsi nel suo ufficio da solo come singolo individuo  ma cercare la collaborazione e il sostegno di altri colleghi in modo da farsi portavoce di un unico punto di vista per l’interesse comune.



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