I tre tipi di startup in Italia: l’analisi

Con il termine “startup” ci si riferisce all’operazione e al periodo durante il quale si avvia un’impresa. Apparentemente può sembrare una cosa semplice, in realtà è un processo molto complesso che comprende al suo interno numerosi elementi, come l’idea di business, i finanziamenti e i finanziatori, la valutazione del settore di mercato più idoneo e i rischi connessi. Tutti contribuiranno, o meno, a creare una grande impresa vincente.  In Italia com’è la situazione delle startup? La fondazione Mind the Bridge (acceleratore e fondo di investimento con sede in California) ha suddiviso in tre tipi le startup nostrane, ricavandone un’interessante analisi effettuata su dati raccolti durante la Mind The Bridge Seed Quest 2012, su un campione di 108 startup e 254 imprenditori. Tre profili, piuttosto precisi, ognuno dei quali possiede determinate caratteristiche. Queste ultime a loro volta influiranno sul futuro stesso della neonata impresa. Vediamo quali sono nello specifico.


Il 20% delle startup prese in considerazione, viene definita di prima generazione e si parla di Techno startupper, ovvero di giovani imprenditori con un background prevalentemente tecnico e senza una pregressa esperienza significativa. Ci troviamo di fronte per lo più a giovani alla prima esperienza lavorativa o ricercatori provenienti da facoltà scientifiche (possibile provenienza da spin-off universitari). I fondi necessari vengono raccolti principalmente tra i co-founder (nella maggioranza dei casa abbiamo un solo founder) e i capitali sono modesti. Stiamo parlando in questo caso, di startup come modalità di ingresso nel mondo del lavoro e di una nuova generazione imprenditoriale che, però, non possiede ancora capacità, tipiche di un manager comprovato, di attrarre capitali e lanciare una nuova idea di business. Queste aziende forse non sono pronte a fare il cosiddetto grande salto, ciò non esclude però che possano tranquillamente riuscirci.

Il secondo profilo emerso è quello delle startup nate dalla crisi, ossia da ex impiegati che si sono trasformati in startupper e sono ben il 50%. Qui sono presenti soggetti con lunghe esperienza lavorative  ma scarsa (o comunque non accertata) attitudine imprenditoriale. È più che altro la realizzazione individuale che spinge queste persone a diventare dei lavoratori autonomi. Questa tipologia mostra dunque elevati casi di mortalità dell’impresa e una scarsa capacità di raccolta fondi. Ciò non significa che chi si decida a tentare la strada del lavoro autonomo perché rimasto senza un impiego sia destinato necessariamente a fallire. I dubbi però, ovviamente ci sono ed infatti l’analisi mette sull’avviso chi vuole provarci, avvertendolo che l’improvvisazione, anche se dettata dalla necessità, spesso non porta a nulla. Ed è quindi il caso di informarsi a dovere prima di partire.

Il terzo profilo, in cui rientra il 30% dei casi analizzati, è definito come startup scalabile guidato da imprenditori provetti. I punti forti di questa tipologia si fondano sull’elevato livello di istruzione dei founder, un solido background manageriale, un ambiente lavorativo internazionale e stimolante, capacità di attrarre ingenti capitali. Ma l’elemento chiave individuato è l’eterogeneità dei co-founder, che danno vita ad un buon bilanciamento tra competenze tecniche e manageriali, indispensabili per lo sviluppo positivo dell’idea di business. Questo, secondo la fondazione, è l’unico profilo in grado di avere successo nell’immediato, perché i fondatori sono avvantaggiati da esperienza, istruzione, competenza di settore, conoscenze.

 



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